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11 dicembre 2009

...e poveri noi. Che si fa sempre leggere. Troppo.

...e poveri noi. Che si fa sempre leggere. Troppo.


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3 dicembre 2008

Buona lotta a tutti noi: http://www.lila.it/

10 marzo 2008

8 marzo. Festa della Donna. Ilaria Alpi.

Nel centenario della Festa della Donna, sono diverse le iniziative dedicate ad Ilaria Alpi.

L'associazione Stampa Romana ha infatti organizzato per Sabato 8 marzo un'intera giornata dedicata al rapporto tra donne e media.  Una giornata di testimonianze, eventi, incontri, riflessioni, aperta al pubblico. L' appuntamento è dalle 9,30 (e fino alle 21) alla Casa del Cinema di Roma, largo Marcello Mastroianni n. 1, Villa Borghese. Saranno presenti anche i genitori di Ilaria, Giorgio e Luciana Alpi.
Leggi tutto il
programma.

Anche il Comune di Cesano Boscone (Mi)  ha scelto festeggiare la giornata dell'8 marzo, ricordando Ilaria.
"Una giornalista che ha pagato con la vita il diritto alla verità"
- si legge nel volantino che promuove la giornata.
Ad Ilaria Alpi il Comune dedica una sala  del Centro Civico.



Ricordare Ilaria Alpi, la giornalista inviata del Tg3 Rai, uccisa a Mogadiscio da un commando somalo con l'operatore Miran Hrovatin, è uno dei modi migliori per festeggiare l'8 marzo. Noi italiani siamo abbastanza pratici nel salire sul carro del vincitore, abbandonando come un vecchio ombrello rotto tutto ciò che non ci fa più comodo. Anche solo il ricordo. E festeggiare sulle macerie,
da sport nazionale è diventato un modus vivendi per la nostra Nazione.

Indipendentemente dalla collocazione politica di chi frequenta la blogosfera, ricordare chi ha pagato con la vita, la spendita della medesima, per poter svolgere con dovizia una professione
-curata come un mestiere di artigiano, forgiando le parole attraverso inchieste pesanti- merita il ricordo di un 8 marzo diverso dalgi altri. Perchè noialtri, non si dimentichi. Mai.

LO STONATO


Ilaria Alpi      
http://www.ilariaalpi.it/

16 novembre 2007

GENERAZIONE «IO» Esisto, dunque valgo di Stefania Vitulli - venerdì 16 novembre 2007 http://www.ilgiornale.it/

Consiglio a tutti la lettura di questo articolo della Vitulli, "Il Giornale", perchè ha fatto riflettere anche uno STONATO, rompiscatole e permaloso come me. Vediamo se questi giorni imparerò qualcosa in più...


GENERAZIONE «IO» Esisto, dunque valgo


di Stefania Vitulli - venerdì 16 novembre 2007 tratto da: http://www.ilgiornale.it/


"La maggior parte delle tendenze che riporto nel libro sono verificabili anche in Italia e perciò glielo confermo: non soltanto i giovani americani, ma anche i ragazzi europei nati negli anni Settanta, Ottanta e Novanta, quella che io chiamo Generation Me, stanno sperimentando gli effetti di una società basata sulla lingua madre del sé. 

Una società in cui l’interesse individuale viene prima di tutto il resto e stare bene con se stessi è la più grande virtù. A questo si accompagna un lato oscuro, di profonda gravità: questi ragazzi credono di essere speciali. E quindi hanno aspettative molto elevate, direi straordinarie. 

E mai, mai prima di ora la risposta della realtà è stata così mortificante. Molti adolescenti sentono che il mondo chiede loro un assoluto livello di perfezione e alcuni cedono clamorosamente sotto una tale pressione. 

La fiducia in se stessi come valore assoluto, descritta in inglese dall’acronimo Yo-Yo (You’re On Your Own: “Devi cavartela da solo”) fa ammalare i ragazzi di stress, ansia, angoscia, nichilismo."

Così la psicologa Jean M. Twenge, docente all’Università di San Diego, editorialista di Time, Usa Today, New York Times e Washington Post, lancia il suo grido d’allarme attraverso le pagine di un saggio appena tradotto anche in Italia, Generation Me. 
Perché i giovani di oggi sono più sicuri di sé, hanno più diritti e sono più infelici che mai (Excelsior1881, pagg. 302, euro 17,50).

Nel volume vengono presentati per la prima volta i risultati di dodici ricerche sulle differenze generazionali, basate su dati raccolti da un milione e trecentomila giovani americani. 

La maggior parte di questi studi sembrano dimostrare che il preciso periodo storico in cui siamo nati ha più influenza sulla nostra personalità di quanta ne abbia la famiglia. 

«A differenza dei figli del baby boom, la generazione che ora negli Stati Uniti ha principale potere d’acquisto e costituisce la maggioranza numerica della classe dirigente - continua la Twenge - quelli della Generation Me non hanno dovuto marciare in una manifestazione o frequentare sedute di gruppo per comprendere che i propri bisogni e desideri sono fondamentali». 

A radicare nelle giovani menti l’eccellenza aprioristica del sé, secondo la Twenge, sono state proprio quelle che normalmente vengono indicate da alcuni tra le conquiste più progressiste della società contemporanea: «Il controllo delle nascite, la legalizzazione dell’aborto e la trasformazione del ruolo di genitori in scelta responsabile hanno fatto di noi (Jean Twenge è nata nel 1971, ndr) la generazione più “desiderata” della storia americana».

Si potrebbe pensare a questo punto che la psicologa ritenga la conquista di una piena cognizione della propria straordinarietà un progresso nell’autostima e nell’autoaffermazione, messaggio che per lungo tempo ci è giunto da oltreoceano: 

«Conosci te stesso per avere successo». Niente affatto. Secondo la Twenge qui non si tratta per nulla di introspezione e interesse per il sé e nemmeno di egocentrismo: 

«Siamo presuntuosi, ecco. Diamo per scontato di essere individui indipendenti e straordinari e di non doverlo nemmeno dimostrare.

Le conseguenze sono catastrofiche. Perché se è vero che i giovani rimangono a casa con mamma e papà fin dopo i trent’anni, non si sposano e non fanno figli perché i prezzi delle case e degli affitti sono troppo alti e gli stipendi troppo bassi, è anche vero che la seconda e altrettanto importante causa di questa adolescenza prolungata, secondo gli studi esposti nel libro, è la totale concentrazione dei giovani su di sé e l’assoluta mancanza di volontà di prendersi obblighi e responsabilità nei riguardi di chicchessia, compresi se stessi, ovviamente: 

«Se ti piace, fallo», è lo slogan di accoppiamenti casuali e a breve termine.
«Sii te stesso, comunque vada».
 

Da questo assunto derivano alcune tra le risposte più sconvolgenti (ma anche illuminanti a proposito dei recenti fatti di cronaca) dei ragazzi durante i sondaggi: qual è il lato positivo della tua esperienza con alcolismo/tossicodipendenza/processo per omicidio? «Ho imparato molto su me stesso». 

«Niente è impossibile. Non rinunciare mai ai tuoi sogni. Saremo tutti famosi. Ama te stesso. Non è colpa tua». 

Risultato? I ragazzi, e sempre più spesso anche i bambini, non accettano critiche. Hanno atteggiamenti difensivi inconsci che ostacolano l’apprendimento. E il narcisimo, il lato oscuro dell’egocentrismo, conosce il suo picco di evoluzione: i ragazzi reagiscono in modo aggressivo quando vengono insultati o rifiutati. 

Gli adolescenti armati della scuola di Columbine, Eric Harris e Dylan Klebold, dissero, prima della sparatoria: «Non è divertente ottenere il rispetto che stiamo per meritarci?». «Harris e Klebold discussero su quale regista avrebbe girato un film sulla loro storia» conclude la psicologa. 

«Poi uccisero tredici persone e si suicidarono. Incoraggiare individualismo ed egotismo, ad esempio dando sempre ai bambini la possibilità di scegliere, ha portato ad eccessi incontrollabili. Volete un esempio? Un recente articolo su Time titolava così: “Negli asili occorrono i poliziotti?”».

15 novembre 2007

Il pensiero di Hayek per un'Italia più liberale di Davide G. Bianchi

Il pensiero di Hayek per un'Italia più liberale

di Davide G. Bianchi
tratto da: 
http://www.loccidentale.it/node/8904




Benedetto Croce […] non fu abbastanza economista da potersi inserire a pieno titolo nella tradizione liberale”, ha scritto coraggiosamente Sergio Ricossa 

nella sua Prefazione all’edizione italiana del 1998 di Società libera di Friedrich A. von Hayek,

ora ristampato da Rubbettino a cura di Lorenzo Infantino. In altre parole, “le discussioni di Croce con gli economisti Vilfredo Pareto e Luigi Einaudi dimostrano che al filosofo napoletano sfuggirono sempre alcuni lati della questione, i quali invece erano ben presenti ai suoi interlocutori”. Di cosa si tratta?


Del fatto, in breve, che Croce non colse pienamente la dimensione economica del liberalismo, e le fondamentali implicazioni che questa finisce per avere in termini di libertà. 


“Chi possiede tutti i mezzi, stabilisce tutti i fini”, è un’affermazione che spesso si attribuisce ad Hayek, anche se letteralmente non compare mai in forma così semplificata nei suoi scritti. In ogni caso non fa torto alle sue convinzioni, e ci serve da esempio per capire cosa si intenda per “libertà economica”. In Italia si è spesso equivocato sul suo significato, a tal punto che ci siamo inventati un termine, “liberismo”, che non esiste nel vocabolario anglosassone del liberalismo. E già questo particolare non è poco significativo.
 (liberismo vs.liberalismo)


Ben venga quindi la nuova edizione di Società libera di Hayek, un libro divulgativo uscito in inglese nel 1960 con il titolo The Constitution of Liberty e “fuori catalogo” nel nostro paese ormai da decenni. 

Il suo autore, senza troppi giri di parole, si può considerare il maggior pensatore liberale del Novecento e, insieme a Milton Friedman, il più efficace critico della teorie economiche di Keynes. 


Cresciuto alla “Scuola austriaca di Economia” fondata nel 1921 da Carl Merger, dopo la laurea Hayek mosse i primi passi sotto l’ala protettrice di Ludwig von Mises, stabilendosi definitivamente negli Stati Uniti solo nel 1950, quando venne chiamato dalla prestigiosissima Università di Chicago, in quegli anni l’ateneo più prestigioso al mondo per le scienze sociali.

La sua maggiore intuizione, che è anche il suo originalissimo contributo alle dottrine liberali, era già abbozzato in un articolo pubblicato nel 1937 con il titolo Economics and knowledge

in esso, criticando la teoria dell’equilibrio economico generale, Hayek identificava nella dispersione della conoscenza il più evidente indicatore di una società libera e, insieme, l’elemento tecnico che rendeva impossibile la pianificazione economica. 


La libertà individuale fa scaturire risultati imprevedibili in riferimento agli esiti della vita associata degli uomini, di conseguenza il modo più efficace per farne sintesi è permettere loro di incontrarsi, guidati da una “mano invisibile”, negli ambiti deputati al soddisfacimento dei bisogni individuali: in altre parole,

“Il mercato – come ha scritto Infantino nell’introduzione 

– è soprattutto un sistema di mobilitazione di conoscenze che nessuno può possedere per interno o centralizzare”. Tenuto conto dell’imperfezione della condizione umana e dei limiti della conoscenza razionale, l’individualismo inteso come metodo d’approccio ai problemi sociali disegna così la cornice di libertà della Grande società, come la chiama Hayek, di quel luogo cioè in cui alberga la libertà dei liberali
 
Sergio Ricossa, con estrema lucidità, ha messo in luce i pregiudizi che tendono a colpire pensatori come Hayek, fra i quali primeggia quello d’essere stato spesso considerato un “conservatore”. 

L’autore di Società libera, proprio in questo libro, ha aggiunto un “Poscritto” per declinare questa accusa, in cui prendendo le distanze sia dal liberalismo razionalistico di matrice francese che da quello inglese più recente, finiva per dichiararsi Old Whig in omaggio ad una tradizione che risale fino ad Adam Smith, non a caso il pensatore a cui più spesso viene accostato.

Ci sono certo libri di Hayek più famosi e forse anche scientificamente più preziosi di Società libera, a partire da Le vie della servitù del 1944, con cui inaugurò la stagione di scritti ferocemente critici nei confronti della socialismo reale, 

e Legge, legislazione e libertà, pubblicato nel 1968 a coronamento dell’ultima fase intellettuale, in cui trattò da vicino diversi temi politico-filosofici. Società libera, tuttavia, ha la capacità di parlare al grande pubblico e di passare in rassegna i più genuini convincimenti di Hayek che, a testimonianza del loro valore, conservano una disarmante attualità.

Un esempio? La contrarietà alla progressività dell’imposta che propone con la seguente motivazione: è una discriminazione nei confronti di una minoranza da parte di una maggioranza, che – come già aveva intuito Tocqueville – 

è il rischio più tangibile dei regimi democratici. Certamente non immaginava neppure che in certi paesi che si definiscono “liberali” si sarebbe arrivati ad un prelievo fiscale medio non distante dalla metà del reddito individuale…

16 ottobre 2007

Il rastrellamento al Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943

Il rastrellamento al Ghetto di Roma del 16 ottobre 1943


Questo post viene fatto con lo stesso spirito con il quale ho fatto quello del 9 ottobre 2007 sulle Foibe, tratto da "l'Avvenire" dell' 8 ottobre 2007, come segnalato, a cura di Massimo Zamorani.

Perchè la memoria va coltivata. Va tenuta alta la vigilanza perchè i sonni della ragione non portino più ad aberrazioni che vedano per protagoniste ideologie di qualunque parte ed emisfero.

Perchè gli episodi di questi due post siano a monito perenne per noi e per il futuro.
Io, piccolissimamente, ci ho provato in entrambi i casi dal mio blog.

TRATTO DAL SITO DELLA COMUNITA' DI SANT'EGIDIO
L'ULTIMO DOCUMENTO A FINE POST, E' UN FILE PDF TRATTO DA
"LA REPUBBLICA"



tratto da:
http://www.santegidio.org/it/deportazione/16ottobre1943.htm


NON C'È FUTURO SENZA MEMORIA
COLORO CHE NON HANNO MEMORIA DEL PASSATO 
SONO DESTINATI A RIPETERLO

Il 16 ottobre 1943

 

«La grande razzia nel vecchio Ghetto di Roma cominciò attorno alle 5,30 del 16 ottobre 1943. Oltre cento tedeschi armati di mitra circondarono il quartiere ebraico. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono nelle 26 zone operative in cui il Comando tedesco aveva diviso la città alla ricerca di altre vittime. Quando il gigantesco rastrellamento si concluse erano stati catturati 1022 ebrei romani. 

Due giorni dopo in 18 vagoni piombati furono tutti trasferiti ad Auschwitz. Solo 15 di loro sono tornati alla fine del conflitto: 14 uomini e una donna. 
Tutti gli altri 1066 sono morti in gran parte appena arrivati, nelle camere a gas. Nessuno degli oltre duecento bambini è sopravvissuto.»
(F. Cohen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma) 


"La memoria del 16 ottobre è uno degli eventi maggiori della storia della nostra Roma contemporanea. A partire da questa memoria si costruisce un'idea di Roma e di solidarietà tra i romani. E' la memoria di una ferita all'intera città, ma soprattutto alla Comunità ebraica perpetrata, come un ladro nella notte, dopo che si era provveduto a isolare quella Comunità con le leggi razziste e con la politica fascista. A partire da quella memoria si afferma la volontà di un patto tra i romani per non dimenticare, per non isolare mai più nessuna comunità, per considerare la Comunità ebraica di questa città come uno dei luoghi decisivi per la nostra identità. Noi, come Sant'Egidio, ci sentiamo dentro questo patto a non dimenticare, che vuol dire non tollerare che nessuna comunità - soprattutto la comunità ebraica - sia isolata nella vita cittadina. Un patto per non dimenticare: è quello che si celebra ogni mese di ottobre con questa manifestazione".
(
Andrea Riccardi)

"Io credo che questa commemorazione che viene fatta ogni anno ci deve portare soprattutto a riflettere fino a che punto può decadere l'animo umano, fino a che punto si può scendere nella bassezza, fino ad arrivare a perdere la ragione. 
Ci troviamo qui ogni anno per ricordare queste vittime, per rivolgere un pensiero a loro che hanno dato dignità al popolo ebraico, perché erano vittime innocenti e quindi la loro morte è stata un crimine verso il popolo ebraico, ma soprattutto verso l'umanità".
(
Elio Toaff




"Ricordare insieme il 16 ottobre 1943, non è per noi un'abitudine. Anzi, più si allontana quel giorno e più cresce in noi la responsabilità di mantenere vivo il ricordo di quel tragico evento, che ha lasciato una ferita profonda non solo nella comunità ebraica di Roma, ma nella vita dell'intera città. Per questo la Comunità di Sant'Egidio e la Comunità ebraica di Roma, sono fedeli a questo appuntamento, compiendo ogni anno un pellegrinaggio della memoria, che da Trastevere si muove verso il Portico d'Ottavia. E' un pellegrinaggio pacifico che vuole ripercorrere in senso contrario il triste itinerario di quella gente inerme, che fu deportata con violenza da queste strade. 
(Alessandro Zuccari


16 ottobre 1943:
 DEPORTAZIONE DEGLI EBREI DI ROMA
Una marcia per ricordare

 ll 16 ottobre 1943, durante l’occupazione nazista di Roma, oltre 1.000 ebrei romani furono rapiti alle loro case e deportati nel campo di concentramento di Auschwitz. Solo un esiguo numero, 16 persone, tra cui una sola donna, tornarono alle loro case.

Dal 1994, la Comunità di Sant’Egidio fa memoria ogni anno di questo tragico momento della vita della città, organizzando, insieme alla Comunità Ebraica di Roma, un "pellegrinaggio della memoria", una manifestazione di commemorazione delle vittime.


Domenica 14 ottobre 2007 a Roma, alcune migliaia di persone hanno preso parte ad una marcia silenziosa, che, partendo da Piazza S. Maria in Trastevere ha percorso a ritroso la strada dei deportati di quel 16 ottobre 1943, che dal Ghetto furono condotti al Collegio Militare a Trastevere, prima di essere imprigionati nei treni con destinazione Auschwitz.

Un lungo corteo, illuminato dalla luce di centinaia di candele: giovani, anziani, tanti i bambini con le loro famiglie, zingari e immigrati di Genti di Pace. 

 

Il "pellegrinaggio della memoria" si è concluso a Largo 16 ottobre 1943, accanto alla sinagoga di Roma dove hanno preso la parola, oltre ai rappresentanti delle istituzioni locali,  il Rabbino Capo di Roma, Riccardo Di Segni, il presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna, Leone Paserman, Presidente della Comunità Ebraica di Roma; Andrea Riccardi, della Comunità di Sant'Egidio, il Ministro della Pubblica Istruzione, Giuseppe Fioroni.


http://download.repubblica.it/pdf/diario/15102003.pdf

13 ottobre 2007

DAL SITO "LA TRIENNALE" DI MILANO VI SEGNALO QUESTA SPLENDIDA INIZIATIVA

DAL SITO "LA TRIENNALE" DI MILANO VI SEGNALO QUESTA SPLENDIDA INIZIATIVA


http://www.triennale.it/index.php?id=1&tbl=0&idq=511



annisettanta.
Il decennio lungo del secolo breve




27 ottobre 07 - 30 marzo 08


Orario: 10.30-20.30, lunedì chiuso

Luogo: Triennale di Milano

Ingresso: 8 € - 6 € - 5 €

Cura: Gianni Canova

Allestimento: Mario Bellini


La Triennale di Milano presenta la mostra annisettanta. il decennio lungo del secolo breve.
Curata da Gianni Canova, si articola come un percorso labirintico dentro uno dei periodi più ricchi, complessi e contraddittori della nostra storia recente. Senza effetti nostalgia, ma anche senza furori liquidatori, con la volontà di offrire ai visitatori un’occasione di riflessione aperta prospetticamente da quegli anni fino al nostro presente.
La mostra ripercorre gli anni Settanta attraverso alcune installazioni dedicate a parole-chiave (viaggio, corpo, conflitto, corteo, ecc.) o a figure emblematiche (Moro, Pasolini) del decennio in questione.
Nello stesso tempo, passa in rassegna ed espone, sottolineando le contaminazioni e le ibridazioni fra i vari linguaggi, quanto gli anni Settanta hanno espresso nel cinema e nella letteratura, nel design e nella musica, nell’arte figurativa e nel fumetto, nel teatro e nella moda, nel sistema mediatico e in quello tecnologico, nella comunicazione e nello sport.

La mostra si articola su due piani su una superficie totale di 2834 mq.
L’allestimento di Mario Bellini presenta uno spazio neutro, bianco, con nuvole sul soffitto. Le stanze, per contrasto, sono un’esplosione di creatività, colori, suggestioni ed emozioni che spingono il visitatore a creare un proprio personale percorso, non a seguirne uno obbligato.

La mostra non solo racconta la storia del periodo ma consente al visitatore di “farne esperienza” diretta. Al primo piano, dalla ricostruzione di un bar nella settimana della partita di semifinale dei Mondiali Italia-Germania del 1970 agli ambienti di uno studio radiofonico in cui è trasmesso l’audio dei funerali di Fausto e Iaio, all’installazione di Chiara Dynys dedicata al corteo molteplici sono gli spunti che la mostra offre per far capire la grande creatività e i profondi cambiamenti con cui ancora oggi ci confrontiamo.

Al piano terra, oltre alle sezioni dedicate a fumetto, grafica e moda, l’arte degli anni Settanta è presentata attraverso una selezione di opere di vari artisti da Mario Schifano a Alighiero Boetti, per citarne solo alcuni.
Il tema del rapporto fra arte e corpo, a partire dagli anni Settanta a oggi, è indagato attraverso i lavori di artisti come Andres Serrano e molti altri.

La mostra del 1972 Italy. The New Domestic Landscape, organizzata dal Moma di New York, esemplare per il riconoscimento del design italiano all’estero, è il punto di partenza per presentare la ricostruzione della Kar-a-sutra di Mario Bellini e l’installazione di Gaetano Pesce Habitat for Two People realizzata proprio in occasione di quella mostra e presentata adesso per la prima volta in Italia, a cui si aggiungono lavori di Riccardo Dalisi, Ugo La Pietra e Enzo Mari.

Due artisti affrontano e si confrontano con due eventi cardine del decennio: le tragiche morti di Pier Paolo Pasolini e di Aldo Moro. Elisabetta Benassi presenta un’installazione dedicata a Pier Paolo Pasolini, mentre Francesco Arena ricostruisce a grandezza naturale la cella in cui è stato rinchiuso Aldo Moro.
Lungo tutto il percorso sono inoltre presenti una cronologia e delle tavole sinottiche che permettono di individuare gli eventi più importanti in ambito storico e socio-culturale.

Alla realizzazione dei vari spazi della mostra hanno collaborato studiosi, esperti, artisti e docenti universitari tra cui Francesca Alfano Miglietti, Silvana Annicchiarico, Francesco Arena, Giancarlo Basili, Luca Beatrice, Marco Belpoliti, Elisabetta Benassi, Chiara Dynys, Gian Piero Brunetta, Elio Fiorucci, Fulvio Irace con Alessandro Mendini e Franco Purini, Elena Marco, Filippo Mazzarella, Peppino Ortoleva, Mauro Panzeri, Luigi Pedrazzi, Stefano Pistolini, Oliviero Ponte di Pino, Italo Rota, Massimo Rota, Fabrizio Vagliasindi.



annisettanta
il decennio lungo del secolo breve
Triennale di Milano
27 ottobre 2007- 30 marzo 2008
A cura di Gianni Canova
Allestimento di Mario Bellini


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9 ottobre 2007

da AVVENIRE del 08-10-07 Massimo Zamorani

tratto da AVVENIRE
del 08-10-2007

Foibe: dalla Slovenia la mappa dell’orrore
di Massimo Zamorani 


 I siti sono oltre duecentocinquanta; le vittime, parecchie decine di migliaia.
  E gli italiani non sono che una parte: accanto a loro si contano croati, partigiani monarchici, patrioti sloveni, militari tedeschi, religiosi cattolici






A fianco la cartina dei luoghi delle foibe e delle fosse comuni in Slovenia.
  Sotto, un’immagine delle operazioni di recupero delle salme nella foiba di Cansiglio.

  a mappa dell’orrore viene da Est, dalla Slovenia. La conservava Vinko Levstik, che durante la guerra ’40-’45 era un 'domobranzo', cioè apparteneva alla milizia slovena nazionalista ma anticomunista. Il documento è tornato alla luce di recente e ha un significato sentimentale, perché chi l’ha offerta è deceduto poco tempo dopo e ciò vuol dire che le era stato attribuito il fine di lascito testamentario a beneficio di chi potrebbe farne tesoro. La mappa reca con meticolosa esattezza tutti i luoghi, in territorio della Repubblica slovena, dove sono stati sepolti o, comunque celati, i corpi delle vittime della primavera 1945. Non sono solamente foibe, ma anche fosse comuni, sepolture più o meno clandestine d’ogni genere.
  I siti sono oltre duecentocinquanta, e le vittime? È una valutazione difficile, però con un po’ di pazienza si può formulare un ordine di grandezza e si arriva a parecchie decine di migliaia. Verosimilmente potrebbero essere settanta od ottantamila morti ammazzati. Si scopre così che gli italiani infoibati o seppelliti frettolosamente dopo essere stati assassinati sono una minoranza. Un dato verosimile sembra circa settemila ed è una cifra che sgomenta, ma nella zona di Kocevje, per esempio, dove la mappa indica sette tra fosse comuni e corpi interrati in una trincea anticarro, sono stati seppelliti tremila domobranzi, su un totale di dodicimila massacrati. Sono spariti sottoterra diciottomila croati, ustascia e no; seimila cetnici (partigiani serbi monarchici delle formazioni del generale Dra a Mihailovic) e poi belagardisti (Guardia bianca slovena), militari tedeschi, religiosi (in una nota si elencano per categoria: seminaristi, parroci, cappellani), civili d’ogni genere, sesso ed età: contadini, operai, commercianti, insegnanti, professionisti. Sono stati ripuliti interi villaggi della valle dell’Isonzo, perché, come aveva rivelato Teodoro Francesconi preciso e documentatissimo storico degli eventi giuliani di recente scomparso, gli ordini erano di eliminare tutti gli italiani che vivevano sulla sponda sinistra del fiume.
  A distanza di oltre sessant’anni c’è ancora chi cerca. A parte le inchieste ufficiali, espletate dalla commissione mista italo-slovena, diretta, da parte italiana, dal colonnello Armando Di Giugno di Onorcaduti, direttore dei sacrari militari del Friuli-Venezia Giulia e da parte slovena da Zdravko Likar, ci sono altri, impegnati in ostinate ricerche per iniziativa personale.
  Giovanni Guarini, goriziano, ha identificato e recuperato la salma del padre, allora carabiniere, precipitato insieme con gli altri militari di Gorizia, nella foiba di Tarnova. È questa una voragine che si apre in una radura nel cuore della
foresta con una bocca di cinque o sei metri di diametro e si sprofonda in un’oscurità senza fine; è visione da brivido. Alcuni anni or sono un gruppo di speleologi istriani vi si è calato, hanno raggiunto una specie di pianerottolo a trenta metri di profondità e, riemersi, hanno riferito di aver valutato una giacenza di cinque o sei metri cubi di ossa.
  I bersaglieri del battaglione 'B.
  Mussolini' della Repubblica sociale, che il 30 aprile 1945 aveva deposto le armi dopo una trattativa con le formazioni di Tito, secondo i patti avrebbero dovuto essere posti in libertà; furono invece trattenuti e costretti a una lunga marcia della sofferenza. Il battaglione, che in difesa della frontiera giuliana aveva perduto in combattimento 166 uomini in 19 mesi di guerra su un fronte di 27 chilometri, al momento della fine delle ostilità aveva una forza di 28 ufficiali e 572 bersaglieri. Nei soli primi otto giorni sono stati eliminati 91 bersaglieri, i cui corpi venivano più o meno sommariamente interrati in alcune delle località contrassegnate nella mappa dell’orrore.
  apolinea della sanguinosa marcia: il campo di concentramento di Borovnica, località a venti chilometri da Lubiana, definita «l’inferno dei morti viventi» dal vescovo di Trieste Santin, dove hanno lasciato la vita 77 bersaglieri. Lionello Rossi, padre dell’attore Paolo, è uno dei rari
sopravvissuti. Ha pubblicato un diario ( Prigioniero di Tito,
edito da Mursia) riuscendo a narrare gli avvenimenti da lui vissuti senza esprimere opinioni o considerazioni, senza usare aggettivi: solo date, nomi, fatti. Ma ne scaturisce una forza drammatica emozionante. Ne sono rimasti colpiti anche quelli che erano 'dall’altra parte', come il partigiano Marjam Grosar. Secondo la storica slovena Nevenka Troha, Borovnica è stato «uno dei più crudeli e disorganizzati campi di prigionia in Jugoslavia». Non pochi sloveni si sono impegnati nella ricerca delle sepolture e nell’identificazione delle vittime.
  Alcuni di questi sono giovani, nati dopo gli orrori del 1943-’45. Anton Zitnik, per esempio, è nato nel 1940. Poi ci sono Franc Perme, Franc Nucic, Zdenko Zavadlav, Janez Crnej, che hanno partecipato alla compilazione del grosso volume
Slovenja 1948-1952. I sepolcri tenuti nascosti e le loro vittime
edito dall’Associazione per la sistemazione delle sepolture nascoste di Lubiana.
  L’edizione italiana è curata dalla Lega nazionale d’Istria, Fiume, Dalmazia di Milano.
  Tra i dispersi di cui si è perduta ogni traccia vi sono anche gli ottanta bersaglieri 'incavernati', termine impiegato per indicare la loro probabile fine. Nel fianco del Pan di Zucchero, il colle che sovrasta Tolmino, c’era una galleria nella quale, durante la Prima guerra mondiale, si celava, dopo i tiri, un




cannone austriaco di grosso calibro montato su affusto ferroviario. Si ritiene che gli ottanta bersaglieri siano stati portati all’interno della galleria, dopo di che ne è stata fatta saltare con l’esplosivo l’imboccatura, in modo da seppellirli vivi. A causa della vegetazione che ha proliferato disordinatamente, fino a questo momento non è stato possibile neppure identificare il punto ove era l’accesso al tunnel. Secondo un’altra ipotesi, gli ottanta sarebbero stati invece seppelliti sulla sponda sinistra dell’Isonzo, subito a monte della confluenza del fiume Tolminca.
  Avrebbero poi coperto l’area con uno spesso strato di cemento, sul quale è stato costruito il Club Paradise.
  ono mai stati identificati i responsabili dello sterminio in Venezia Giulia e Istria? Sono mai stati celebrati processi?
  Alla prima domanda si può rispondere con un sì, non così alla seconda. Per quanto si riferisce sia alla giustizia slovena, sia a quella italiana, non risulta sia mai stato processato qualcuno. Ogni tanto comparivano sui giornali italiani scritti promettenti: «I giudici sloveni decidono di collaborare», «La procura militare di Padova sta indagando», ma gli sviluppi mancano. La cronaca si è occupata del processo per diffamazione a mezzo stampa promosso dallo sloveno Franc Pregelij, detto 'Boro', contro il giornalista Giangavino Sulas del settimanale Oggi
perché lo aveva definito 'boia' e non 'presunto boia' come i più riguardosi confratelli. Aveva chiesto un indennizzo di trecento milioni di euro, ma ha perduto la causa. Il Pm Giuseppe Pititto aveva rinviato a giudizio tre indiziati per strage: Ivan Motika, Oskar Piskulic e Margitra Avijanika, ma in data il 14 noovembre 1997 il Gip Alberto Macchia li ha prosciolti «per difetto di giurisdizione», in quanto i luoghi dell’eccidio oggi non sono più in territorio italiano. Conferma al fatto risaputo che, soprattutto in Italia, la legge è una cosa, la giustizia un’altra.
  Per Nello Rossi il problema è uno solo: "Sono trascorsi tanti anni, non voglio processi né tanto meno vendette, voglio le salme e se lo scopo consiste nel trovare i resti dei nostri morti noi bersaglieri non conosciamo altre strade al di fuori di quella del dialogo, dell’incontro, dell’intesa, che è poi quella che stiamo percorrendo".


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26 settembre 2007

da "l'Occidentale" CAPITALISMO SENZA ANIMA

CAPITALISMO
SENZA ANIMA

                                                                        

Papa Benedetto XVI



      
                                     FlavioFelice,da              

 


In occasione dell’Angelus di domenica 23 settembre, Benedetto XVI, proseguendo il commento dei testi liturgici letti durante la solenne Celebrazione eucaristica, è tornato sul tema del retto uso dei beni materiali.

In particolare, Benedetto XVI è tornato sulla parabola del fattore infedele per distinguere tra un uso della ricchezza, ed in generale dei beni materiali, finalizzato alla partecipazione ed alla condivisione ed un uso della stessa che fa appello al bieco egoismo e alla fiera realizzazione di sé a scapito degli altri.

Alcuni commentatori hanno letto nelle parole del papa una critica al capitalismo.
Crediamo piuttosto che Benedetto XVI abbia voluto rimarcare la distinzione operata già da Giovanni Paolo II nel paragrafo 42 della Centesimus annus (1991) tra un capitalismo che offre gli strumenti di cui l’uomo può servirsi per venire incontro ai bisogni propri e degli altri ed un capitalismo che pretende di essere eletto a padrone dell’uomo (ma è lo stesso uomo che decide di eleggerlo), asservendo le persone alla ricerca della ricchezza materiale a scapito della salvezza dell’anima.

Da sempre la parabola  del villicus iniquitatis in Lc. 16, i-9 rappresenta ciò che gli esegeti chiamano una crux interpretum.

Non mi inoltro nell’analisi degli studi sul tema per ovvie ragioni di economia del pezzo e di semplificazione giornalistica, ma rinvio ad un articolo tanto breve quanto chiarificatore del compianto professor Pasquale Colella, professore di Esegesi Biblica alla Pontificia Università Lateranense. In un articolo apparso sulla prestigiosa rivista biblica “Paideia” – (Brescia, XIX, 1971, pp. 427-428), intitolato De Mamona iniquitatis, il professor Colella rilegge la parabola in questione tentando di svelare il mistero che si celerebbe dietro l’affermazione di difficile interpretazione: facite vobis amicos de mamona iniquitatis.

Ebbene, il “fatevi amici col denaro iniquo” sembrerebbe entrare in evidente contraddizione con i detti e gli ammonimenti che l’evangelista fa seguire alla parabola sul fattore infedele.
Secondo Colella, alla base della crux interpretum ci sarebbe un clamoroso errore di traduzione.

Per esattezza, riportiamo le parole dello stesso esegeta:
“I traduttori del testo dal greco in ebraico hanno bemamonah. Ma al testo greco si deve soggiacere min-hammamonah e il min qui significa: magis quam, cioè comparativo avversativo, significato ordinario in ebraico: l’ek greco deriva quindi dal min e traduciamo il v. 9: ‘Anche io vi dico: fatevi amici piuttosto che mamona (la ricchezza iniqua), affinché quando veniate meno, v’accolgano negli eterni padiglioni’”.

Il fattore ladro, commenta Colella,  diventa furbo e prudente nel momento in cui opta per l’amicizia piuttosto che per mammona. 
   Si può servire la ricchezza come uno schiavo obbedisce al padrone, oppure ci si può servire della ricchezza per servire il bene supremo proprio e del prossimo.
In tal senso, possiamo affermare che in chiave evangelica, e sulla base dell’esegesi compiuta dal Colella, siamo tutti fattori della oikonomia dell’unico Padrone, di fronte al quale siamo responsabili, dovendo rendere conto dell’uso dei beni del creato. Conclude Colella:
“Se da cattivi amministratori e servitori di mammona cambieremo padrone, allora diventeremo amici di Dio e del Figlio suo, i quali ci accoglieranno nelle tende eterne”.

La questione, in anni più recenti, tra gli altri, è stata affrontata anche dal compianto professor Angelo Tosato, anch’egli esegeta dall’Università Lateranense. 
Scriveva a tal proposito: “Non ci si può nascondere, né si può trascurare, che la semplice lettura delle pagine della sacra Scrittura […] porta spontaneamente a disprezzare e a evitare la ricchezza, ed apprezzare invece e a cercare la povertà”.

Sono queste le parole con le quali Tosato si inoltra sino a raggiungere la radice del rapporto – talvolta problematico come ha opportunamente osservato Benedetto XVI durante l’omelia del 23 settembre ed il successivo Angelus – tra la dottrina sociale della Chiesa e le istituzioni liberali, in particolar modo, tra la dottrina sociale e lo spirito del capitalismo.

Il dibattito, aperto da Max Weber nel 1905 con l’opera L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, ha finito per coinvolgere sociologi, economisti, storici e teologi. 

Sul versante della riflessione cattolica, intorno alla metà degli anni Venti (1924), emerge l’opera del giovane Amintore Fanfani: Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica dello spirito del capitalismo.
   Fanfani assume che l’archetipo antropologico fatto proprio dal capitalismo sia una figura d’uomo definibile unicamente a partire dall’interesse individuale, incapace di trascendere il proprio egoismo.
    Il Fanfani, una volta stabilito il nesso tra etica utilitaristica e pratica capitalistica, sostiene la tesi dell’incompatibilità.
Nel tempo, sono stati in molti a falsificare la tesi di Fanfani, mettendo in discussione la presunta ipotesi fondativa: la “pretesa edonistica”.

La stessa Centesimus annus nel paragrafo 42 affronta il medesimo problema a partire da un approccio alquanto differente, giungendo a conclusioni opposte a quelle del Fanfani, dimostrando quanto il problema non sia il “capitalismo”, bensì quale capitalismo.

Riportiamo per intero il brano dell’enciclica nel quale Giovanni Paolo II chiarisce in modo inequivocabile i termini della questione sul rapporto tra cristianesimo e capitalismo:
   “Se con ‘capitalismo’ si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell'economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di ‘economia d'impresa’, o di ‘economia di mercato’, o semplicemente di ‘economia libera’.
   Ma se con ‘capitalismo’ si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell'economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa”.

Questo, dunque, parrebbe il punto più avanzato sul versante esegetico e dottrinale del rapporto tra cattolicesimo e spirito del capitalismo.
    Non v’è dubbio che, come ci ha fatto notare Tosato, la ricchezza in numerosi brani del Vangelo viene presentata come un ostacolo insormontabile per avere accesso al Regno di Dio.
   Basterà leggere i seguenti brani: “Beati voi poveri, perché vostro è il regno di Dio” (Lc 6,20) e “guai a voi ricchi, perché avete già la vostra consolazione” (Lc 6,24).
   Dalla lettura di questi brani non si evincerebbe forse una dottrina cristiana fortemente contraria all’economia di mercato? Seguendo le tracce esegetiche di Tosato la risposta è evidentemente negativa.

Il nostro ci suggerisce di raggiungere la comprensione dei testi leggendoli ciascuno nel proprio contesto storico e letterario: “In particolare, per la comprensione dei Vangeli, si ritiene fondamentale distinguere tra l’originaria predicazione fatta da Gesù ai giudei e la riproposizione fattane, dagli apostoli prima e dagli evangelisti poi, a comunità crescentemente costituite da cristiani di cultura greca”.

Tosato, in definitiva, ci invita ad andare oltre una lettura “acritica, astorica, ascientifica” dei testi sacri.
   Una lettura dalla quale si evincerebbe una vulgata che perpetua l’opinione riguardo alla condanna evangelica della ricchezza e l’esaltazione ad abbracciare la povertà.
   Per Tosato questa sarebbe una prospettiva “dannosa e inattendibile” sia sul piano “teorico” sia su quello “pratico”. 

Il Vangelo, dunque, non condannerebbe la ricchezza in quanto demoniaca, ma denuncerebbe il fatto che essa sia caduta nelle mani del Demonio e dei suoi servitori.
   Né, tanto meno, il Vangelo condannerebbe i ricchi, bensì esalterebbe il loro sacrosanto dovere di essere caritatevoli.
Così, ad esempio, per tornare all’aut aut da cui avevamo iniziato la presente riflessione di “Non si può servire due padroni”, per Tosato, esso non indicherebbe una scelta tra Dio e la ricchezza, bensì tra il “servire” (douléuein) Dio e il “servire” (douléuein) la ricchezza, diventare suo schiavo, eleggendola a proprio Kyrios.
   Soltanto in questo caso, secondo il Tosato, esisterebbe un’incompatibilità. 

Con riferimento al brano di Luca, afferma: “appare del tutto arbitrario leggere il detto in esame come una condanna radicale del perseguimento della ricchezza, quasi che la ricchezza sia di per sé demoniaca. Quel che il detto condanna è che il fedele proceda, lui, a modificare la natura della ricchezza, trasformandola in anti-Dio, rendendola demoniaca, demonio”.

Le analisi esegetiche di Benedetto XVI, di Colella e di Tosato incontrano quella di numerosi operatori d’impresa e di altrettanti studiosi di dottrine economiche proprio sul terreno della riflessione sul profitto.
   In questo senso, il ragionamento di Marchionne nel suo articolo pubblicato domenica 23 settembre dal “Corriere della Sera”, nel quale pone l’accento sull’esigenza che gli imprenditori, i manager e i lavoratori facciano propria una specifica cultura, in quanto elemento discriminante al fine di ottenere anche il successo imprenditoriale, sembrerebbe rappresentare un interessante punto d’incontro – aperto a possibili sviluppi – tra lo studio della filosofia d’impresa e la riflessione che la moderna dottrina sociale della Chiesa ha dedicato al tema dell’economia imprenditoriale.

L’esigenza – anche pastorale – di operare un’attenta analisi dell’indispensabile “indicatore” che chiamiamo profitto (Centesimus annus, n. 35) emerge dalla constatazione che esso è stato spesso accostato agli aspetti più deleteri dell’agire umano, a tal punto che il suo perseguimento è divenuto spesso sinonimo di egoismo, di avidità e di individualismo.

Esiste una ricca letteratura che testimonia come sin dal Medioevo l’arte della mercatura fosse formalmente connessa alla ricerca del profitto e di come ci fosse la consapevolezza che quest’ultimo potesse essere ricercato anche onestamente.
   Sulla stessa lunghezza d’onda si sintonizzava il Vescovo di Firenze Sant’Antonino e per San Tommaso tra i motivi che giustificano i profitti dobbiamo considerarne fondamentalmente cinque: provvedere alla famiglia del mercante; aiutare i poveri; stimolare il benessere del paese; remunerare il lavoro del mercante; migliorare la merce.

Negli autori menzionati, dunque, il profitto appare come un fine immediato legittimo, mentre ciò che viene espressamente condannato è il considerare il profitto come un fine ultimo al quale sacrificare la moralità dell’azione; in tal caso è illegittimo, per usare le parole di un umanista del XV secolo, lo smodato ed improbo desiderio di possedere (Leonardo Bruni) e non il perseguimento del profitto, al quale scopo “è ordinata quest’arte mercantile […] à quest’opera de la consecuzione del fine, concorrerà come istrumento atto” (Cotrugli).


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25 settembre 2007

Dan Rather, ibertà di espressione e mobbing

Dan Rather, libertà di espressione e mobbing

http://www.capitoloprimo.it
/index.php?option=com_

content&task=view&id=3402&Itemid=210

dan_rather.jpg




"I media sono servi di Bush". Con questa frase dal contenuto esplosivo l'ex Cbs, Dan Rather si sfoga in tv al Larry King Show, storico appuntamento sulla Cnn. Rather è stato per 25 anni il conduttore del telegiornale della sera della Cbs, ma è stato messo alla porta.
Reporter dal 1950, primo giornalista tv a dare la notizia della morte del presidente John F. Kennedy a Dallas nel 1963, protagonista della campagna del Watergate che obbligò Richard Nixon alle dimissioni. Dan Rather è stato allontanato dal suo lavoro alla Cbs nel 2005 a seguito di un falso scoop sui documenti del servizio militare di George W. Bush, il presidente Usa.
Incassata la buonuscita, Rather non è rimasto a godersi la sua pensione. Ha alzato la voce e puntato il dito contro il suo mondo.

Citati come cattivi esempi di professionalità sono Leslie Moonves, presidente della Cbs, e Summer Redstone, proprietario di Viacom, Rupert Murdoch, di News Corp., la stessa Cnn, il New York Times, il Washington Post e molti altri.
Il modo con cui questi organi di informazione trattano le notizie sulla guerra in Iraq è sospetto. "Sacrificare il sostegno per il giornalismo indipendente sull’altare delle entrate economiche e dei sostegni politici", questa l’accusa, lanciata da Rather.
Che ha deciso di far seguire i fatti alle parole. Ha fatto causa alla Cbs per 70 milioni di dollari (circa 50 milioni di euro).
Motivo? Mobbing che lo ha danneggiato dal punto di vista della reputazione.

Il mobbing è una questione seria nel mondo del lavoro. E quando si ha una ricca buonauscita, allora anche Sòfia è abbastanza lontana dall' America per tentare qualsiasi tipo di parallelismo con un'eventuale "editto" contro Dan Rather. Ma, parlare di "mancanza di libertà" dagli schermi degli USA, patria del diritto alla felicità, come scritto dai Padri Fondatori, è quantomeno singolare. E da caso singolare dovrebbe essere visto il "Rather-Gate", tanto per richiamare il sonoro calcio negli stinchi che la stampa americana, Rather in prima fila, diede al presidente americano, poi dimessosi.

Il suo licenziamento, dovuto ad un finto scoop su George W.Bush durante la campagna elettorale del 2004 contro Kerry, era stato scoperto in modo abbastanza semplice, senza l'aiuto di nessun 007. "Don", il suo soprannome, aveva prodotto quattro documenti anti-Bush circa la presenza dell'attuale inquilino della Casa Bianca mentre era in forze alla Guardia Nazionale del Texas. E Louis Boccardi, ex direttore dell' Associeted Press, non ha perso tempo nel ricordarglielo. Come Bob Steele, docente di etica del giornalismo all’Istituto Poynter in Florida, che aggiunge che la maggioranza dei reporter si battono per la loro indipendenza. E molti ci riescono.

Il mitico "Quarto potere" è diventato una "Quarta debolezza"? L'errore di un singolo può far precipitare il mondo del giornalismo in caduta libera verso la perdità della credibilità, autorevolezza, identità? Magari, proprio grazie a quello televisivo?
Proprio quello così fruibile da tutti e quindi sovraesposto a tutti i livelli di potere e associazioni di potere che tentano di far passare il loro messaggio, attraverso magari i loro Dan Rather di turno.
Non intendo certo dire che sia stato assoldato da John Kerry durante la campagna elettorale del 2004. Sicuramente bisogna fare i conti con tutte le platee di lettori-elettori che possono e debbono giudicare la bontà dell'informazione in qualsiasi momento politico.

Quindi oltre che di libertà come diritto, è bene parlare anche di libertà come dovere. Bisogna sapersi imporre sui poteri attraverso una robusta dialettica intorno ai fatti prima, e alle opinioni poi. La complicità e la connivenza devono sparire per far spazio alla concorrenza e alla meritocrazia. Argomenti di cui spesso si parla, senza mai metterli nella giusta luce.

Più che un volare alto da parte dell'anchorman americano, è sembrato che volassero solo stoviglie in una situazione in cui abbia interpretato il ruolo del novello Don Chisciotte a stelle e strisce. Il cercare poi dei Sancho Panza che lo seguano è poi difficile: romantiche figure che facciano da scudiero al loro mentore, nell'attesa della promessa del governo di un'isola, non se ne vedono all'orizzonte.

A meno che, proprio lui, non voglia andare a sostituire Cecchi Paone in quella "dei Famosi"...


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25 agosto 2007

Qualcosa di utile.E da approfondire.

QUALCOSA DI UTILE.
E DA APPROFFONDIRE.



Tratto da
http://www.luigidemarchi.it/
che consiglio a tutti voi, ecco qualcosa di utile su COSA, POLITICA E SOCIETA' si dovrebbero impegnare, analizzare, riflettere e declinare, magari anche in modo diverso.
Basta che si proceda.   V
enerdì, agosto 24, 2007


Biofuels: simbolo della trappola demo-energetica


E’ ormai esploso su tutta la stampa dei paesi industrialmente avanzati e, spesso, anche su quella del Terzo Mondo, il dibattito sui cosiddetti biocarburanti: ora salutati come una grande speranza di sviluppo per i paesi poveri o di liberazione dal ricatto petrolifero islamico per quelli dell’Occidente liberale, ora maledetti come una nuova trappola economica ed ecologica per il mondo intero.

Vediamo anzitutto perché tanto entusiasmo: un entusiasmo che ha trovato la sua immagine simbolica nella calda e cordiale stretta di mano scambiata di recente tra Bush, il presidente americano conservatore, e Lula, il presidente brasiliano progressista per cui tifano da anni tutte le sinistre europee e terzomondiste.

In quell’incontro entusiasta è sembrato per un momento che il conflitto storico tra le forze conservatrici dell’Occidente e quelle populiste del Terzo Mondo fosse stato finalmente superato.

Ma la speranza è svanita quando si è saputo che Bush e Lula celebravano solo un matrimonio d’interesse: essi stavano stringendo un’alleanza per la produzione massiccia di etanolo ed altri biocarburanti, che avevano negli Stati Uniti e in Brasile due grandi produttori capaci d’assicurarsi , grazie al loro enorme potenziale produttivo ed alla loro alleanza, il dominio del nuovo, prezioso mercato energetico nel futuro prevedibile.

E sicuramente il potenziale produttivo dei biocarburanti è davvero promettente, in entrambe le sue due principali versioni: il biodiesel e l’etanolo.

Il biodiesel si ricava da oli vegetali di soia, di colza, di palma, di cocco, di arachidi e di girasole, è completamente biodegradabile ed ha un contenuto energetico pari al 90% del gasolio tradizionale. L’etanolo, invece, è un alcol ricavabile da vari prodotti agricoli: cereali (mais, frumento, sorgo, orzo); canna da zucchero e barbabietole; frutta, vinacce e patate. Il suo contenuto energetico è pari al 67% di quello della benzina e la sua produzione mondiale si concentra in Brasile e negli Stati Uniti (il che spiega l’entente cordiale di Bush e Lula).

Stando all’entusiasmo dei suoi fautori, il biodiesel sarebbe ecologicamente quasi innocuo perché le piante usate per produrlo assorbono (e trasformano in ossigeno) tanta anidride carbonica quanta poi ne emetteranno durante la loro combustione nei motori e perché riduce del 65% le emissioni di polveri sottili.

Ma se poi, come sottolineano gli avversari, si tiene conto della energia consumata per la produzione, la raffinazione e il trasporto dei biocarburanti, tutti questi vantaggi ecologici vengono annullati, mentre si scoprono gravi danni come per esempio la deforestazione necessaria per far posto alle nuove colture, che proprio in Brasile comportano nuove devastazioni della foresta amazzonica.

Ma quello che, in questa battaglia delle rane e dei topi, viene spesso taciuto è l’impatto tremendo che la corsa ai biocarburanti sta avendo sul prezzo delle derrate alimentari: come ho detto, infatti, tutti i biocarburanti sono ricavati o da oli alimentari o addirittura da cereali (soia, mais, frumento), frutta e farinacei (patate) di larghissimo consumo umano.

E ciò ha già prodotto i primi (ma solo i primi) preoccupanti effetti sugli alimentari di prima necessità: il prezzo del mais americano, per esempio, è quasi raddoppiato in sei mesi, scatenando violenze di piazza tra i messicani, che hanno visto impennarsi i prezzi delle loro amate tortillas, fatte appunto col mais; mentre i nostri pastai hanno annunciato per settembre un aumento d’oltre il 20% del prezzo dei nostri amatissimi spaghetti e maccheroni.

Qui forse non ci saranno violenze di piazza ma è già cominciato il tira e molla tra i produttori e i commercianti, che vogliono scaricare gli aumenti della materia prima sui consumatori, e le leghe dei consumatori, che accusano i produttori e i distributori d’indebita speculazione.

Quello che nessun commento (salvo questi miei interventi su Radio Radicale) osa mai dire è che anche dietro questa rissa furibonda tra fautori e nemici dei biocarburanti sta quella che io chiamo la madre di tutte le tragedie, cioè la sovrapopolazione.

E ci sta due volte: anzitutto perché la penuria di energia è già un prodotto della sproporzione tra fabbisogno della popolazione e risorse energetiche; e poi perché la corsa ai biocarburanti accresce la penuria e quindi il prezzo del cibo, vanificando ogni tentativo di ridurre la fame del mondo e lo sterminio per fame di 15 milioni di bambini l’anno.

Ma a destra come a sinistra continua la congiura del silenzio sulla questione demografica, mentre la travolgente allegria esplosa tra il conservatore Bush e il progressista Lula ci dice quanto poco le odierne stolte dirigenze politiche si curino della fame nel mondo a parole tanto deprecata e combattuta.

Ma non voglio finire nel buco nero del pessimismo.
Almeno un’eccezione, in mezzo a tanta viltà e stupidità, mi sembra di vederla.
Penso alla figura di Massimo Ippolito, lo scienziato d’area radicale che da un lato ha inventato il kite-gen, cioè una nuova potente centrale che può assicurare massicce forniture energetiche senza inquinare l’atmosfera né contendere i terreni al cibo ma, dall’altro, non per questo ha sviluppato deliri di onnipotenza e continua quindi a pensare che la regolazione delle nascite e la riduzione della popolazione mondiale restano comunque indispensabili alla pace ed al benessere dell’umanità oltre che alla sopravvivenza del pianeta.

posted by Luigi De Marchi @ 10:16 AM


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24 gennaio 2006

MAI VISTO UN MORTO?

MAI VISTO UN MORTO?


...non so se avete mai visto un morto. Un morto è freddo, è lontano, è distante.

Nonostante questo, le leggi e i paesi civili, dove cioè la vita non va a 300 all'ora, dicono che non si può seppellire subito un nostro caro.
Bisogna aspettare 24 ore per evitare i cosidetti casi di "morte apparente".

Sarà una superstizione, sarà una presa di distanza dal dolre della realtà, sarà quello che volete, ma è quello che dobbiamo fare. C'è il MORTO, VERO,  e non lo possiamo seppellire.

Terry Schiavo, che non è fredda e lontana, e che da qualche tempo è una AMMALATA, gravissima certo, forse, sicuramente, SCIENTIFICAMENTE (ma la scienza medica conosce dei limiti, è descrittiva e non dogmatica, non lo dovrebbe mai essere per una mentalità laica) lontana, nel DUBBIO (ricordiamoci questo termine, ci servirà più avanti...) dal poter essere una persona cosciente, ecco... per lei c'è tutta questa fretta.

E poi, appunto, non viene rispettato il beneficio del dubbio sulla sua condizione: se non ci si arriva col complesso linguistico degli atti e dei termini dell'amore, della esperienza... ricorriamo al diritto; facciamo un pò valere i miei studi:
in un tribunale quando si decide sulla erogazione di una pena, e Terry Schiavo è malata e innocente, non è sana e colpevole, si instaura, sempre in omaggio alle leggi e ai suoi parametri, il principio del DUBBIO: "IN  DUBBIO PRO REO" recita un antico brocardo romano.

Ora qua il dubbio c'è: i suoi cari sono divisi; c'è chi, LEGGITTIMAMENTE e io non faccio processi a nessuno, dice:
"Ma perchè non la lasciate morire in pace?" e chi invece se ne vuole o se ne vorrebbe prendere cura.
Indipendentemente da legami di tipo affettivo e parentale, questo non interessa ora, e forse neanche deve entrare nel cuore della questione, non bisogna fare classifiche di "buoni e cattivi" stile lavagna alle scuole elementari.

Ora in un paese NORMALE non penso che ci voglia una legge che spieghi che chi si occupa di questa mia amica debba avere un encomio e debba invece essere portato alla gogna chi non vuole.
E i mass media-specie quelli italiani, conoscendoli, si dividerebbero tra sostentamento forzato e/o forzoso o no. Balle.

Sarebbe sostentamento e basta; casomai, sostentamento assistito: se non si riesce a sopravvivere con mezzi e capacità proprie c'è che ci aiuta, e non credo che il timbro su una sentanza di un giudice, meno che mai, debba essere di aiuto. Solamente tracciare i confini minimi di intervento secondo una scala parentale, come si fa per le visite ai degenti e niente più.

O no?... NO.
Bisogna sentenziare, burocratizzare, formalizzare, STACCARE IL TUBO. PERCHE'? QUAL'E' L'UTILITA' SOCIALE?

Non ci sono milioni di ammalati gravi da sopprimere, ma solo poche migliaia in ogni paese. Li disalimentiamo? Li disviviamo? Non ci sono abbastanza mezzi, letti, corsie, ospedali, medici e medicine per CURARE, visto che non li si può guarire;e allora, ancora una volta, PERCHE'?
Perchè non stare dalla parte della vita? Perchè non credere o sperare ancora in qualcosa che ci dia la sensazione che un minimo di soffio vitale ci possa far stare dalla parte libera, laica, di chi non si vuol porre troppe domande se è giusto o non è giusto fare una determinata azione davanti ad un corpo morente?

A me sembra una domanda così semplice. Così liberale, così laica, appunto.
E NON C'ENTRA ASSOLUTAMENTE NULLA IL CONCETTO DI SACRO E SACRALITA' DELLA VITA! E dire che qualcosa ci sarà ancora di sacro a cui appigliarsi nell'epoca del declino del concetto-appunto- di sacro. No, non bisogna cercare neanche quello, lasciate Ruini dov'è, ve lo dico in soldoni, così si capisce meglio.

E' SEMPRE IL DUBBIO CHE VA COLTIVATO. La non sottomissione ad una pseudo maggioranza della scienza e dell'opinione pubblica che si vuole sempre essere fresca, giovane e allegra; che non vuole pensare minimamente alle rughe che scandiranno il suo tempo sul volto. Che non si chiede come mai siamo così materialisti e non riusciamo a fare un collegamento tra chi ha tutto e chi LOTTA per il poco, ma vitale, per l'appunto. E sono pronto a scommettere che tanti, attraverso un puerile sondaggio, sì, una nutrita MAGGIORANZA,  si schiererebbero dalla parte degli staccatori di spina, perchè si leva il problema, perchè ci turba i pensieri, perchè ci fa preoccupare, perchè ci intristisce...

BASTA! Vogliamo vivere sani! E i malati ci imbarazzano...
...è la DITTATURA della maggioranza, direbbe Prodi; e prima di lui tanti altri pensatori critici del mondo moderno.
Io sono qua a dirvi che sono dalla parte di Terry Schiavo e di chi ci vuol stare. C'è posto, tranquilli.


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14 gennaio 2006

PACS NOBIS

PACS NOBIS

Pacs nobis e tanti saluti alla normalità. Non ho mai avuto amici, conoscenti, parenti che non abbiano celebrato il loro matrimonio in chiesa secondo il rito cristiano cattolico romano.
Ora come non mai, ne vorrei almeno alcuni che si siano sposati solo in municipio secondo il rito civile.
Qualcuno mi spieghi perché serve un altro strumento giuridico che non assegna le stesse garanzie di quello che si vorrebbe sostituire.

Chi non crede, non è obbligato a sposarsi in chiesa; chi crede nella Costituzione come valore unico e immutabile, perché ancora fresca d’inchiostro, mi dica per quale motivo non continuare a seguire il disposto dell’art. 29; che vede appunto nel matrimonio il mezzo, lo strumento, meglio ancora l’istituto fondante della famiglia.

Sono credente; quindi laico; perciò ho sottolineato il valore del termine “istituto” e non “sacramento”; questo aspetto riguarda la fede –quindi la sfera interiore- e non la società –sfera, stavolta obbligatoriamente allargata a una vasta pluralità di consociati,
esteriore-: se una coppia di fatto vuole mettersi al riparo dagli impicci della vita (pensioni, comunione dei beni, eredità) allora che si rechi presso un pubblico ufficiale del loro comune di residenza e contraggano matrimonio.

Cercare altri tipi di
scappatoie burocratiche (per me un vero e proprio pasticcio contrattuale-giuridico) come la firma di un Pacs, quindi comunque la sottoscrizione di un impegno da parte di due contraenti che, in promesse reciproche e unità di intenti e mutualità vicendevole, decidono di dare vita ad un nucleo di convivenza, che bisogno hanno di un altro strumento giuridico?

Perché? Per chi? Per le tantissime coppie di fatto che ci sono in Italia? Nessun carabiniere penso che li possa tradurre innanzi al palazzo municipale per avvalersi di un istituto che evidentemente non intendono utilizzare.
La prima questione per me si potrebbe risolvere così; e fin qui non credo che ci sarebbero molte discussioni, se non di ordine giuridico-istituzionale.

Ma parliamoci chiaro: la vicenda dei Pacs nasconde un altro problema: consegnare lo status familiare ad una coppia di omosessuali. Giuliano Ferrara dice bene: nessun tipo di discriminazione e ci mancherebbe altro: ognuno viva come meglio crede. Semplicemente come me, non credo che l’omosessualità sia una cosa normale. Non illegale, bigotta, sporca. Solo non normale.
Se l’uomo campa da qualche milione di anni su questo pianeta, c’è perché noi discendenti, oramai con le pudenda coperte, di Adamo ed Eva, ci ricreiamo, ci riproduciamo, o come dice Vincino (che sottolineò in una sua magnifica vignetta per “il Foglio” il giorno dopo il referendum sulla legge 40) scopiamo.

Gli omosessuali non hanno mai avuto paura di niente e di dichiararsi tranquillamente tali. Affari di chi esagera se certi atteggiamenti, spesso in certi ambienti lustrini e pajettes, vengono esasperati.
Una cosa l’hanno sempre fatta: sono andati a sfrucugliare nel pensiero e nell’intimo piccolo-borghese medio mondiale per portare a galla un loro sentire.
Piegando le resistenze dei perbenisti, dei benpensanti, rompendo tutte le convenzioni sociali che non gradivano più perché ammuffite, spaccando il pensiero degli arrugginiti analisti della società o polis-antropologici in genere.

Per approdare poi a che cosa? A quello che hanno proprio quelle categorie sociali di cui sopra che hanno combattuto? Volete anche voi l’anellino al dito? La lasagnata della domenica a casa dei genitori di uno dei due? Con annesso ammazza caffè e ruttino? Volete anche voi lamentarvi della routine che prenderà anche voi come tutte le coppie del mondo?

Ma come? Non volevate rovesciare il comune sentire delle persone che vi circondavano? Volete abbattere un sistema oppressivo che vi vede come diversi, per poi instaurarne uno vostro di sistema, altrettanto oppressivo per rendere diverso chiunque altro non si avvicini alla libertà indipendente che voi agognate?

La libertà è bella non perché ognuno di noi fa quello che vuole, ma perché questo fare dipende sempre da qualcosa: si è indissolubilmente legati al proprio lavoro, alla famiglia, all’amore, ai soldi, a quello che uno crede. La libertà è dipendenza da questi e tantissimi altri fattori, idee, ideali che uno ha o porta con sé.
La libertà in sé e per sé, quel senso di totale non pensiero e non rispondenza a tale pensiero nelle proprie azioni seguenti, beh amici miei esiste solo in quel libro dei sogni fittizio che una certa categoria all’improvviso pone come sua “condicio sine qua non” perché sia accettata da tutti gli altri appartenenti ad una comunità, senza contare che tutti questi altri hanno esigenze di libertà come loro, e perché tutti possano dipendere dalle loro aspirazioni e idee, hanno bisogno di libertà e quindi di dipendenza e di legami forti che poi si possano tradurre in azioni concrete e corrispondenti ai loro pensieri.

A me sembra una cosa assolutamente normale, libera e laica. Voi che ne dite?

(P.A.C.S. = Prego Avere Commenti Seri.)


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permalink | inviato da il 14/1/2006 alle 16:2 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
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