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13 dicembre 2009

Da leggere. Entrambi.

Palla lunga e pedalare. Il tutto grazie a Roberto e a Roberto.



E senza dimenticare Enrico.



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11 dicembre 2009

...beati loro. Che leggono tanto.

Beati loro che leggono tanto.


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14 dicembre 2008

DE ANDRE' TALK

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De André Talk. Le interviste e gli articoli della stampa d'epoca
di Sassi Claudio, Pistarini Walter

Coniglio Editore


"Un uomo schivo, uno scrittore colto" un amico gioviale dalla dialettica affascinante: quale l'aspetto di De André che ha contribuito alla costruzione della sua immagine?

Certamente il talento e la cura per il suo lavoro sono gli elementi che hanno portato il cantautore genovese a diventare quel grande artista che continua a far innamorare di sé intere generazioni.

Eppure non basta, a chi vuole svelarne il mistero, conoscere il "personaggio pubblico". Leggere le sue lunghe conversazioni, quelle a cui si lasciava andare quando non si sentiva sotto i riflettori, aiuta a sciogliere alcuni nodi di una personalità complessa, eppure mai nebulosa.

Quando sembrava dimenticare che le sue parole sarebbero state lette dalla comunità di ammiratori che cresceva di anno in anno, De André si trasformava in un gran comunicatore e parlava con piacere dei suoi progetti, del mondo musicale italiano (aspre le critiche contro le manifestazioni canore, prima fra tutte Sanremo), ma anche di argomenti legati alla sua vita personale, come il trasferimento in Sardegna per dedicarsi ali'allevamento e all'agricoltura o il racconto dei difficili giorni del rapimento.

Il volume, inoltre, offre la riproduzione anastatica di numerosi articoli ormai introvabili.


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7 dicembre 2008

LO STRANO CASO DI FEDERICO II DI SVEVIA

Lo strano caso di Federico II di Svevia
Un mito medievale nella cultura di massa

di Marco Brando

Palomar



Cosa c’entrano Bossi o D’Alema, Berlusconi o Rutelli con Federico II di Svevia, un imperatore medievale scomparso quasi da ottocento anni? Perché il suo nome ricorre ancora nel dibattito politico italiano?

Cosa hanno a che fare con Federico II personaggi come Hitler o Mussolini? Perché c’entra la stessa Resistenza contro i nazifascisti?

Per quale motivo al giorno d’oggi il sovrano di sangue tedesco è adorato dai pugliesi, è solo “stimato” dagli altri meridionali, è considerato ancora un nemico dal resto degli italiani ed è quasi uno sconosciuto tra gli europei di lingua tedesca?

“Lo strano caso di Federico II di Svevia” è il nuovo libro scritto dal giornalista Marco Brando.

La prefazione è di Raffaele Licinio e la postfazione è di Franco Cardini, noti storici del Medioevo. Il volume è stato pubblicato nell’ottobre del 2008 dalla casa editrice Palomar, nella collana “altreStorie”.

26 novembre 2008

Lucilla, A Destra e "La vedova, il santo e il segreto del pacchero estremo" di Gaetano Cappelli

Prima di tutto, vi segnalo lo splendido pezzo di Lucilla e la vignetta pungente dei ragazzi.

E credo che se na parlerà ancora, ma tanto; quindi ci potrò tornare anche più avanti. Però, non finisce mica qua. Aggiungo anche:

"La vedova, il santo e il segreto del pacchero estremo"
di Gaetano Cappelli
Marsilio
17 euro, 244 pagine

La vedova, il santo e il segreto del pacchero estremo

Dario Villalta ha due grandi passioni nella vita: le vedove e i maestri del Rinascimento. Finito in una galleria d'arte milanese dov'è costretto a vendere opere contemporanee che disprezza incontrando inoltre grandi difficoltà nel reperire l'oggetto della sua stravagante passione amorosa, langue finché dal Sud arriva Vera Gallo, che è non solo una vedova devota, ma anche - parrebbe proprietaria di una inestimabile scultura di santo di Mantegna.

Vera sembra dunque in grado di appagare al massimo grado entrambe le passioni del gallerista; ma non è tutto oro quel che luccica, e avremo modo di accertarcene nella girandola dì avvenimenti che si origina dalle ristrettezze in cui precipita la polputa vedova, ormai ridotta sul lastrico.

Nel frattempo incontreremo una variopinta galleria di irresistibili personaggi, dal trance-psicanalista Aaron Kaminsky al padre di lui Shloime, mago e guaritore; dallo stravagante inventore Carmine Palomino alla languida pasticcerà Ritarosa Latella; dall'oligarca russo Viktor Aleksandrovic Dudorov all'esuberante Maria Sofia Madrasca, chef misconosciuta benché detentrice del segreto del pacchero estremo.

Un romanzo ironico e sferzante che offre una impagabile occasione di sbirciare nei mondi parallelamente alla moda dell’arte contemporanea e degli chef stellati, allineando i colpi di scena con la verve leggera e lo spirito dissacrante a cui Gaetano Cappelli ci ha ormai abituati.

5 aprile 2008

Christian Rocca LA RIVOLUZIONE DEMOCRATICA DEI NEOCONSERVATORI

copertina libro Esportare l'America - La rivoluzione democratica dei neo-conservatori
Edizioni Il Foglio (2003)
188 pagine



(n.b. La copertina del libro è bianca.
Quindi risulta assolutamente aderente allo sfondo.
Difetto cromatico assolutamente non voluto)



“Tra le citazioni che aprono i capitoli del libro, c’è una canzone di Neil Young: «Se ci odiate, non avete idea di quello che state dicendo» (Hawks e Doves, 1980).
Ma avrebbe potuto essere «Se ci odiate, non avete idea di quello che stanno dicendo». Perché Esportare l’America spiega proprio questo: quello che i neoconservatori, influenti negli Stati Uniti mal sopportati in Europa, stanno dicendo. Non da prima della guerra all’Iraq, non da prima dell’11 settembre, ma da cinquant’anni, dalle origini trotskiste di alcuni di loro, dai tempi degli studi su Leo Strauss, dall’epoca della rottura con il partito democratico durante la guerra in Vietnam” (Davide Frattini, Il Corriere della Sera)


In Italia non sono esistiti, e non esistono, i neoconservatori. Perché non vi è mai stato "un diffuso movimento politico di sinistra liberale". Conservatori? Personaggi machiavellici, telepredicatori
fanatici e tradizionalisti d'ogni genere?

In Italia, dove la destra sin dai tempi di Papini e Prezzolini, come ha sostenuto Marcello Veneziani, è "smoderata", si fa fatica ad accettare il concetto - ritenuto troppo quietamente
"borghese" - di conservatorismo. Si cerca allora, con affanno, e non importa se è di America che si discute, di ibridare il
conservatorismo stesso con ciò che può vantare un pedigree di sinistra. Anche il fascismo, secondo il primo Nolte, secondo De Felice, e soprattutto secondo Sternhell, esibisce un peccato originale che consiste nella fusione magmatica di nazionalismo
monarco-conservatore e movimentismo sindacalsovversivistico.
(Bruno Gravagnuolo, "l'Unità")

Lo Stonato qua -in parte- diverge. Il Fascismo aveva anche in sè un'anima antiborghese, antiliberale, (quindi poco incline all'unione con una certa borghesia "illuminata" e non solo nel senso storico del termine) di base "agraria". Certo rivoluzionaria sotto l'aspetto sindacalista (non si colga lo iato tra l' "agraria" scritto qua sopra e il sindacalismo: anche i grandi proprietari terrieri, per primi nella Romagna, si organizzavano in associazioni). Ma tutto tranne che di base monarchica: il movimento si presentava anche anticlericale e antimonarchico nella prima versione che ne dettero Bombacci -futuro esponente del PCI, dopo la scissione del 1921 a Livorno- e Mussolini, giovane agitatore del socialismo interventista.

Anche in Italia qualche "Neo-Con" c'è stato, i membri del Partito Repubblicano, il Norberto Bobbio, che credeva nella Grande Riforma. Sicuramente Craxi. Quel Craxi eroe antiamericano di Sigonella 1985 e del paragone italo-terzomondistico tra terroristi
palestinesi e Mazzini, con relativa rottura del Pri e gli unici applausi scroscianti che vennero dai banchi del PCI quando, ai tempi Presidente del Consiglio, il segretario socialista fece questa affermazione poco tempo dopo aver ricevuto l'allora leader dell'OLP, Arafat.

Dalle origini socialiste alla rottura con il partito democratico ai tempi del Vietnam fino agli studi su Leo Strauss, all'avvicinamento ai repubblicani con Reagan e quindi alla convergenza d'intenti con George W. Bush sulla necessità di rispondere ai taleban in Afghanistan e di Saddam Hussein in Iraq.

Citazione di Irving Kristol: «Il neoconservatore è un liberal che è stato assalito dalla realtà». Le radici democratiche ma testa repubblicana, meglio reaganiana. Non a caso il sottotitolo del volume è «La rivoluzione democratica dei neoconservatori». Volumetto agile, sia di cronaca che di opinione. Come quelle del Presidente e le posizioni di quei democratici che, come Paul Berman, ideatore del concetto per cui "la guerra al terrorismo islamico è una guerra al Fascismo", sfidano i liberal a seguire l'esempio del premier progressista britannico Tony Blair.

A molti a dato l'idea di un certo "snobismo" che Rocca ha voluto mettere nel suo libro, cosa che probabilmente gli è costato il rifiuto delle case editrici per la sua pubblicazione. Edito da "Il Foglio", questo è un particolare "assaggio" dell'America, che non è solo tutta "made in Texas". Dato che spesso, i commentatori europei, dicono della poltica estera di Bush come il "frutto dell'influenza che una conventicola di folli, un clan di fanatici, un club di intellettualisuper-ideologizzati che vengono dalla sinistra e hanno portato nelladestra americana la febbre del dottrinarismo intransigente, in questocaso del fondamentalismo democratico". 

L'elaborazione «neocon» non è una rottura con la tradizione americana, perché la storia americana è stata il teatro di un conflitto ideale tra due concezioni tra loro antitetiche: quella del "destino manifesto" che assegna all'America un ruolo interventista, democratico in tutto il mondo e l'altra, opposta, più isolazionista, meno disposta a combattere oltre confine, più attenta a consolidare il tesoro dei valori americani non fuori, ma dentro i confini della patria. Un conflitto tra "realismo" e "idealismo" dell'America indipendente. Da una parte, gli "idealisti", ci sono "i wilsoniani, da Woodrow Wilson che ritengono che gli Stati Uniti abbiano un dovere morale e un interesse nazionale nel diffondere i valori democratici e liberali americani nelmondo". Dall'altra, dalla parte dei "realisti", ci sono "i jeffersoniani, Thomas Jefferson, che sostengono che la politica estera americana debba occuparsi meno di diffondere i valori democratici in giro per il mondo e più di salvaguardarli in patria».

Oggi è il momento degli «idealisti»: perché estrometterli dalla tradizione dell'America? A novembre, vedremo come la storia continuerà per gli USA. Quindi, anche per noi.

11 febbraio 2008

Christian Rocca CONTRO L'ONU

 

copertina libro Contro l'ONU - Il fallimento delle Nazioni Unite e la formidabile idea di un'alleanza tra le democrazie

Edizioni Lindau (2005) - 160 pagine
ISBN: 978887185436



Le Nazioni Unite sono fallite. Bisognerebbe prenderne atto, dirlo chiaramente, non sprecare tempo con riforme e alchimie istituzionali. Rispetto alle grandi questioni come la sicurezza e la pace, l’Onu è un ente inutile, anzi dannoso. Il Consiglio di Sicurezza e l’Assemblea Generale hanno tradito lo spirito e i principi contenuti nella Carta istitutiva. Se davvero crediamo nel sogno di stabilità dei fondatori dell’Onu è arrivato il momento di dire «mai più» alle Nazioni Unite e di sostenere la formidabile idea di un’alleanza tra le democrazie.

Eterogenesi dei fini? No, tragedia annunciata. Non serve allora riformarla, occorre abolirla quanto prima.
L’Onu, infatti, come predecessori ed epigoni in sedicesimo, è la trasposizione alle relazioni internazionali dell' "imperativo categorico" della “morale vuota” kantiana su cui si regge. Quello che, aboliti i princìpi, edifica una cattedrale laica su “valori” che si dà, ex auctoritate di statuto fondativo, la potestà di enforcement di una petitio principii. Bisogna stare uniti perché divisi non si può stare.

Per Rocca sono da chiudere anzitutto l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza.

Perché il punto è questo. Anzi questi:
1) se la Carta dei diritti umani dell’ONU non tutela la persona così come essa è, ma è lo strumento per dare forza di legge a diritti stabiliti a tavolino;
2) se, come scrive bene Rocca, «l’elenco dell’irrilevanza e dei disastri compiuti dall’Onu è lungo, quasi infinito»;
3) se la paralisi dell’ONU inizia nel 1948, con l’incapacità di difendere la propria risoluzione sullo Stato d’Israele;
4) se la sua ignavia è continuata per mezzo secolo nell’Europa Orientale – tiranneggiata dall’Unione Sovietica che occupava uno dei seggi del suo ristrettissimo Consiglio di Sicurezza –, in Asia – minacciata dalla Cina rossa che occupava un altro di quei seggi –, nei genocidi dell’Africa – compreso il suo Corno ai tempi di Bill Clinton, con  gli Stati Uniti di Clinton che fecero altrettanta pessima figura –, nell’ex Jugoslavia della pulizia etnica;
5) se le volte che è invece andata bene (Corea anni Cinquanta e due volte nel Golfo Persico) è stato per merito di Unione Sovietica (che boicottò l’ONU onde delegittimare Taiwan) e Stati Uniti (che hanno agito da sé, costringendo l’ONU a muoversi);
6) se, dice sempre Rocca, fra i suoi Stati-membri c’è un «buon 40% di regimi non democratici»;
7) e se per di più costa maledettamente di denari nostri che spenderemmo meglio altrimenti, allora forse è giunto il momento della sepoltura definitiva.

Rocca propone l’alternativa, elaborata dal Partito Radicale Transnazionale, di un’alleanza mondiale delle democrazie, secondo la formula, stupenda, che «la democrazia e la libertà siano le più potenti armi di protezione di massa dei popoli». Ma perché non si trasformi in un passaggio simile a quello, sciagurato, fra SdN e ONU, bisogna che si abbandoni Kant. Ci vuole un principio prima di un valore. E stante che “principio” vale anche “inizio”, forse è opportuno ragionare seriamente di quella nuova translatio imperii a favore degli USA che, piaccia o no, di fatto già opera da tempo. E che, piaccia o no, opera meglio dell’ONU.


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21 ottobre 2007

Viaggio attraverso la gioventù di Lorenzo Montano tratto da http://www.anteremedizioni.it

Viaggio attraverso la gioventù di
Lorenzo Montano

tratto da http://www.anteremedizioni.it
http://www.anteremedizioni.it/?q=montano_viaggio

Copertina del libro Viaggio attraverso la gioventù di Lorenzo Montano


Copertina del libro Viaggio attraverso la gioventù di Lorenzo Montano

Viaggio attraverso la gioventù di Lorenzo Montano viene edito per la prima volta da Mondadori (1923). Successivamente l’opera sarà pubblicata da Rizzoli nella collezione B.U.R. (1959), con un saggio di Aldo Camerino (1901-66). Tale saggio viene riproposto in questa terza edizione, che si presenta arricchita da una biografia e una bibliografia aggiornate, a cura di Claudio Gallo, oltre che da una riflessione interpretativa di Flavio Ermini. L’edizione è resa possibile grazie al sostegno della Biblioteca Civica di Verona.

Viaggio attraverso la gioventù. Il protagonista di questo romanzo descrive l’adolescenza come un «breve tumulto d’ombre cose passioni, incoerenti», fatte di «notti laboriose, alcune pazze, l’uno e l’altro compagno, qualche viso e corpo di donna, qualche paese scorso di sghembo, e quell’attesa, quell’impazienza incessanti…».
La gioventù. Sarà lo stesso eroe montaniano a sancire l’impossibilità di coglierla: «Esita a lasciarci, s’indugia a lungo con noi, infine si stacca a tradimento».
La gioventù. Circa la sua inafferrabilità si fa testimone questo romanzo del primo Novecento, dove l’elemento narrativo continuamente s’infrange, proprio come accade, negli stessi anni, all’unità dell’Io.
Viaggio attraverso la gioventù è ascrivibile a quel genere letterario, comunemente conosciuto come Bildungsroman, che ha le sue radici nel Wilhelm Meister di Goethe (1796). Tale genere, dopo aver ospitato una piccola moltitudine di giovani che con foga dolorosa incarna la smania di desiderare, conoscerà i suoi ultimi capolavori – che ne decreteranno in pari tempo il culmine e il tramonto – con gli inizi del secolo scorso.
E così come  il Törless di Musil (1906), Malte Laurids Brigge di Rilke (1910), Karl Rossmann di Kafka (1915), Stephen Dedalus di Joyce (1916), l’innominato protagonista di questo romanzo affronta l’itinerario della crescita come si azzarda una sortita da uno stato d’assedio per affrontare l’ignoto. La separatezza rispetto all’età adulta diventa la compagna del viaggio, in un ostinato spingersi oltre il limite, verso il precipizio delle illusioni, tipico dell’adolescenza. Pazienza se dopo rimarranno soltanto ceneri.


8 ottobre 2007

da ANTEREM edizioni.it

I libri del Premio Lorenzo Montano


Ogni edizione del Premio Lorenzo Montano prevede
la pubblicazione di due libri a cura di Anterem Edizioni. Tali volumi riflettono pienamente la poetica della rivista “Anterem”, fondata nel 1976 da Flavio Ermini e Silvano Martini con la ferma volontà di porgere attenzione al valore originario della parola poetica.

Per la sezione “
Opere scelte – Regione Veneto” il riconoscimento della Giuria del Premio è andato ad Adriano Marchetti. Il volume (edito nella collezione Itinera) ha per titolo Scritture di passaggio. L’importanza dell’opera si può rilevare già dal sommario e dalla premessa dell’autore.

Adriano Marchetti. Scritture di passaggio
Adriano Marchetti. Scritture di passaggio
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Per la sezione “Raccolta inedita – Biblioteca Civica di Verona” il riconoscimento della Giuria del Premio è andato a
Cecilia Rofena. Il volume (edito nella collezione La ricerca letteraria) ha per titolo Agogiche ed è accompagnato da riflessioni critiche del filosofo Aldo Giorgio Gargani.

Cecilia Rofena: Agogiche
Cecilia Rofena: Agogiche


 


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3 ottobre 2007

LA VITA E LE REGOLE. Intervista a Stefano Rodotà.

LA VITA E LE REGOLE. Intervista a Stefano Rodotà.

I turisti dei nuovi diritti.

LA VITA E LE REGOLE. TRA DIRITTO E NON DIRITTO



È difficile trovare una definizione per La vita e le regole. Tratta naturalmente di diritto, ma per segnalarne limiti e inadeguatezza. Veleggia nel maremoto giurisprudenziale usando come inedite bussole Yeats e Kundera. Per certi versi sorprendente anche l’indice dei nomi: rari i giuristi, più numerosi registi e letterati. "Posso stare un giorno senza letture giuridiche", scherza il professore, "ma guai a rinunciare a un romanzo.
E il dolore l’ho capito di più
leggendo Gadda che i codici".
Per epigrafe ha scelto Montaigne: "La vita è un movimento ineguale, irregolare e multiforme". Bastano le prime pagine per capirne il senso: il diritto non sempre asseconda la pienezza del vivere. Anzi: più frequentemente tende a impadronirsene, in un logorante corpo a corpo con i bisogni esistenziali. L’amore, la sessualità, la nascita, l’intimità, il caso, il dolore, la malattia, la cerimonia degli addii: in alcune sfere della vita la norma può risultare inopportuna, intollerante, odiosa. Per questo viene elusa, svilita, talvolta mortificata. E allora bisogna fermarsi in tempo. Arrestare la "giuridificazione" del mondo. Per restituire al diritto il suo valore originario.

Ma come, un illustre civilista come Rodotà, cattedratico con esperienza internazionale, ora inopinatamente allergico alle regole?
Direi meglio: consapevole dei limiti della regola. Di fronte a una realtà in tumultuoso cambiamento, noi giuristi abbiamo il dovere di riconoscere che il diritto non sempre appare adeguato alla sua complessità. Esistono zone dell’esistenza in cui la norma giuridica non deve entrare, o deve farlo con mitezza. Quel che io invoco non è certo una sua sospensione, ma una maggiore sobrietà: un diritto al servizio del mestiere di vivere.

In quali casi non le appare tale?
In tutti quei casi in cui i cittadini sono costretti a migrare altrove per decidere liberamente della propria vita. È quel turismo dei diritti che caratterizza soprattutto l’Europa. Il fenomeno non è nuovo. Un tempo esisteva quello abortivo e del divorzio: ricordo ancora i charter diretti a Londra dove si poteva praticare l’interruzione di gravidanza. Era anche l’epoca in cui la legge sull’indissolubilità del matrimonio veniva aggirata con i divorzi internazionali: prima ungherese, poi messicano, poi americano…

Ora prolifera il turismo procreativo, ed anche quello dell’eutanasia.
Dall’Italia molte donne sono costrette a spostarsi in Inghilterra, in Belgio o in Spagna per accedere ad alcuni tipi di fecondazione assistita messi al bando dalla legge 40. Anche il diritto di morire con dignità spinge a riparare in Svizzera, dove la legislazione sul suicidio assistito è anche più liberale di Olanda e Belgio. Me ne parlò con dovizia di dettagli una persona straordinaria che organizzò qualche anno fa un incontro sull’eutanasia: il suo ultimo atto pubblico prima di ricoverarsi in Svizzera.

Era un miliardario.
Sì, qui sta proprio il problema. Di questo turismo dei diritti beneficiano solo i privilegiati. Il proibizionismo favorisce il ritorno alla cittadinanza censitaria, alla relazione diretta tra censo e godimento effettivo d’un diritto. E non è il solo effetto negativo.

Quale altro?
Il rischio della delegittimazione della norma. Quando non gode del consenso sociale, la regola è condannata all’elusione. La peggiore offesa che si possa fare alla giurisprudenza.

Lo shopping dei diritti è un fenomeno planetario, non solo italiano.
Sì, in un certo senso rappresenta un nuovo universalismo dei diritti che nasce dal basso - qui la novità - non più imposto dall’alto. Soprattutto segnala che ci sono alcuni bisogni esistenziali dalla cui realizzazione non possiamo prescindere. Secondo alcuni studiosi, l’Ottocento sarebbe stato il secolo della libertà economica, il Novecento quello della libertà politica. La libertà finale, quella che riguarda le determinazioni proprio sulla vita, segnerebbe il secolo che stiamo vivendo.

Lei affronta temi di cui non si parla, per reticenza o per pudore. L’eutanasia, ad esempio. Quel che viene chiamato il "suicidio assistito".
Sì, è il vero problema. Altre questioni come la sospensione dell’accanimento terapeutico o la terapia del dolore - spesso erroneamente catalogate nel quadro dell’eutanasia - sono in via di soluzione, anche grazie all’istituzione del testamento biologico: ancora qualche anno e diventeranno pratica comune.

Non accadrà più che il medico sussurri al parente del malato terminale: guardi che così lei accorcia la vita del suo caro. Capitava non molti anni fa, quando si sollecitava la morfina per il dolore.
Conosco quel tipo di pressioni, risvegliano ricordi su cui non voglio tornare. Oggi il paziente ha il diritto di scegliere come accomiatarsi dalla vita. Certo, per il "suicidio assistito" occorre maggiore cautela. Bisogna accertare la volontà del malato, mettendolo al riparo dalle spinte egoistiche dei famigliari: c’è chi per fragilità non regge, chi mira all’eredità etc. Mi sembra però che la direzione più giusta sia quella di assecondare il diritto della persona di morire nel modo più dignitoso.

L’impressione è che sia un fenomeno più consistente di quanto si ammetta pubblicamente.
Sì, film come Le invasioni barbariche o Million Dollar Baby documentano una sensibilità diffusa e profonda, un’empatia tra il morente e le persone che ne accompagnano la fine: persone che si assumono la responsabilità non per pietà, ma per affetto. Anche una recente inchiesta dell’Università Cattolica racconta di medici che aiutano a morire. Non è un fenomeno recente. Diversi anni fa partecipai a un programma televisivo di Giorgio Rossi che si chiamava "Il duello". Fece una puntata sull’eutanasia e mi chiese di sostenere la parte "a favore". In una quindicina di giorni raccolsi numerose testimonianze. Poi però questi medici si rifiutarono di venire in trasmissione.

C’è chi liquida l’eutanasia come segno di relativismo morale.
Questa mi appare una sciocchezza. Il fatto è che le rivoluzioni scientifiche e tecnologiche hanno oggi reso possibili scelte individuali e collettive là dove prima agivano soltanto il caso e la necessità. Un tempo i confini erano disegnati dalle leggi naturali. Non ero nelle condizioni di scegliere se spegnere o meno una macchina fondamentale per la mia sopravvivenza perché non c’era la macchina. Così come non potevo scegliere se insistere in una determinata cura perché non c’era la cura. Oggi viviamo in quella che viene chiamata la "repubblica delle scelte". E queste talvolta possono essere - è il titolo d’un saggio di Guido Calabresi - "scelte tragiche".

Che cosa l’ha indotta a questo ripensamento sulle regole?
Sicuramente la mia esperienza. Da Garante della Privacy, incarico che ho ricoperto fino a qualche tempo fa, ho governato pezzi di vita altrui. Anche nella mia esperienza parlamentare sono entrato in contatto con le realtà più diverse. Oggi mi interessa più la vita della regola.

Ma la regola è spesso invocata dalla stessa collettività per paura dinanzi all’esplodere irregolare della vita.
E’ così. In alcuni campi, come ad esempio la clonazione, si manifestano angosce insopprimibili. E il diritto appare come l’unica cura sociale. È dalla società che arriva una richiesta costante di norme, limiti, divieti. Ma questo può essere rischioso per il diritto, piegato a un uso autoritario.

Professore, lei a un certo punto sostiene che le conquiste tecnologiche modificano la nostra antropologia. A cosa allude?
Le rispondo con la battuta d’una bambina californiana, tornata a casa da scuola con un microchip elettronico imposto dalle autorità scolastiche per controllarne i movimenti: "Non voglio essere un pacchetto di cereali". Questo è il rischio che corriamo: da soggetti liberi a oggetti impacchettati e sottoposti a sorveglianza.

La recente vicenda Telecom insegna: migliaia di clienti catalogati e controllati.
Sì, è un caso esemplare di riduzionismo.

Cosa intende?
Che da persone siamo ridotti a un corpus di informazioni elettroniche, ossia acquisite con mezzi come telefoni fissi, cellulari, internet. Questa nostra riduzione a corpo elettronico è rischiosa per tanti motivi. Intanto è falsificante, perché noi non siamo soltanto quella roba lì: la nostra vita è come frantumata, dunque alterata. E poi in questo modo procediamo a grandi passi verso la società del controllo. Della nostra vita si impadroniscono i gestori delle banche dati.

Lei è mai stato controllato?
Francamente non lo so. Mi hanno detto che lo ero, ma non ne sono curato più di tanto. Direi così: sono preoccupatissimo della società del controllo, ma non me ne sono mai fatto un problema personale.

Il saggio che chiude il volume è dedicato a Pier Paolo Pasolini. Una scelta non casuale.
È la figura che più intensamente incarna il conflitto tra l’esistenza e le regole, nella vita come nella morte. La norma giuridica gli è stata scagliata contro fin da Ragazzi di vita, e non l’ha mai abbandonato. È anche l’autore che ha fatto cadere più tabù, spostando i confini della regola. Il prezzo però è stato troppo alto.


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20 settembre 2007

...il mitico Stenio Solinas...

...il mitico Stenio Solinas...

IL PASSO DELLE OCHE 

di Alessandro Giuli (Einaudi, 176 pagine, 14,50 euro)



E’ un bellissimo pamphlet fin dal titolo. In quel plurale pennuto c’è
lo scarto caricaturale che differenzia la presenza al singolare di una cadenza militare rigidamente consapevole, dal tronfio e ridondante movimento di volatili da cortile e senza fissa dimora, appesantiti da un fisico infelice, condannati a scatti improvvisi un po’ qua eun po’ là. “L’identità irrisolta dei neofascisti”, come recita il sottotitolo, è infatti proprio questa, un’andatura senza meta, ovvero una meta che si qualifica e si nutre della sua andatura: ora avanti, ora indietro, ora a destra, ora a sinistra, ora di fianco, ma sempre restando in fondo nello stesso posto, lì dove si celebra il trionfo di tutte le tattiche e il vuoto di ogni strategia. Giuli ha poco più di trent’anni, uno stilescabro, nessuna indulgenza per il giornalese, un periodare secco eppure aulico, nel senso nobile del termine, una vena ironico-amara con tratti di pietas. Per analizzare il percorso politico di Alleanza Nazionale, il suo libro parte da un dato di fatto così sintetizzabile:

“L’altro ieri neofascisti per caso, ieri missini per necessità, oggi postfascisti per convinzione liberatoria e domani antifascisti per logica di causa-effetto”.

Messo così, Il passo delle oche sfugge alla solita e ormai stanca diatriba su abiure e tradimenti e si concentra sul problema di un’identità di destra sfuggente, quanto conclamata. Nato nel 1975, a Giuli è stata risparmiata una giovinezza missina, e questo gli consente un approccio etologico singolare.

“Dentro AN
abita un complesso tremendo. Il complesso di chi abbia sofferto il buio delle catacombe missine svilluppando un profilo rettilare per autodifesa e nessuna altra passione che non sia quella bassa e duratura del risentimento. L’ego rettilare si manifesta nell’organismo dell’animale che per paura di un attacco esterno concentra il sangue negli organi vitali riducendo il calore sanguigno periferico”.

Il retaggio catacombale da un lato, la necessità di trasferire un’attitudine passiva, da autodifesa, appunto, nell’agone di una lotta politica attiva e carnale, è in sé elemento di schizofrenia.
Lo testimonia l’eccesso di presenzialismo da un lato, il voler sempre e comunque far sentire la propria voce nel terrore che d’improvviso essa possa essere di nuovo silenziata, l’incapacità di trovare il tono giusto per esporla. Da ministri, da deputati, da presidenti di regione, da sindaci si troverà nelle loro dichiarazioni il battutismo spesso becero e fine a sé stesso, l’ovvietà ammantata di retorica, la disinvoltura di chi abbraccia un pensiero per tranquillamente contraddirlo nella dichiarazione successiva. È quello che Giuli, parlando di Gianfranco Fini, definisce il “pensare breve”, ovvero l’idea che per l’analisici sia tempo: quel che conta è esserci, sempre e comunque.

Il retaggio e/o incubo catacombale è anche foriero - secondo Giuli - di una “sindrome da sottosuolo” che il venire alla luce del sole ha capovolto con effetti grotteschi. Lì dove un tempo c’era una mania persecutoria, alimentata tuttavia da dati di fatto, oggi c’è il suo opposto, ossia una sorta di abbaglio da impunità, il poter fare tutto, il non doversi negare niente. Al di là di ogni valutazione giuridica, il retroterra delle vicende umane legate a Vallettopolio al cosiddetto Sanità-Gate sta proprio in questa non metabolizzata euforizzazione da vita all’aria aperta. Nel pamphlet l’autore dà ampio spazio a Gianfranco Fini, e non potrebbe essere altrimenti. Senza di lui, Alleanza Nazionale non esisterebbe, e in quest’ottica il pensiero, se così lo vogliamo chiamare, dello stesso Fini si è evoluto nel solco di una convinzione che vede ormai quel partito più un onere che un onore, più un impaccio che un valore aggiunto.

Consapevole che c’è “un’enorme sproporzione tra il micropotere detenuto all’interno, una piccola satrapia inespugnabile, e la scarsa credibilità delle sue chance di capitanare una rivoluzione politica nella Destra nazionale ed europea”, Fini ha in fondo deciso di risolverla usandolo come “carburante personale” per l’approdo in un contenitore più ampio in cui l’etichetta di destra non avrà più alcuna ragione di esistere.
Per una strana eterogenesi dei fini (con la minuscola) si dovrà a lui, insomma, l’eliminazione di quella identità nel cui nome si era cancellata la precedente denominazione neofascista. Al nulla, come si vede, non c’è mai fine (al singolare e sempre con la minuscola).
E gli altri? In un partito cesaristico, l’elemento correntizio è un paravento, ovvero un gioco delle parti che nasconde la mancanza di reali e credibili alternative. Nel caso in questione, l’assenza di competitors è aggravata dall’appartenere più o meno tutti allo stesso ambito.

Gasparri, Storace, La Russa, l’imprinting è quello almirantiano-finiano... Restano fuori gli Urso e gli Alemanno, ma al primo si deve una deriva liberal-liberista poi approdata a un neo-destrismo politeista che conferma la sostanziale strumentalità di ogni scelta.
Quanto al secondo, l’essere stato ministro non è bastato a dargli un pensiero e una caratura da leader.
Fini, dunque, è il deus ex machina di AN, nonché il suo motore immobile: se ne attende ogni giorno l’apparizione, se ne riconosce ogni giorno l’insostituibilità. Ma mentre nei suoi sottoposti l’ebbrezza della gloria non supera i confini di una realizzazione personale, qui siamo di fronte, come nota Giuli, “a una personalità non sempre all’altezza delle ambizioni”. È un leader che “non sopporta il tradimento delle urne”, ovvero un politico dall’ego sovrabbondante cui però non corrisponde la conoscenza della realtà che lo circonda e che incolpa quest’ultima perché si ostina “a negargli ciò che lo spirito del tempo ha stabilito per lui”.
È una variante del “destino cinico e baro” di saragattiana memoria, aggravata però dal fatto che il vecchio leader socialdemocratico credeva in qualcosa, laddove l’ormai cinquantenne leader aennino non ha mai creduto in nulla, se non in sé stesso. Che poi, politicamente, è la stessa cosa.Questo spiega anche la necessità di vestirsi di panni altrui. Gli ultimi, in ordine di tempo, sono quelli di Nicolas Sarkozy, e fa un po’ sorridere un leader affetto e afflitto da una sindrome mimetica che non trova mai però nell’imitato una vera sponda cui fare riferimento.

Più Fini applaude, celebrandone sui muri le vittorie con tanto di manifesti, e facendo da prefatore italiano ai suoi libri francesi, più dall’altro lato non giunge alcuna eco... Anche qui, è l’ombra lunga di Berlusconi a fare la differenza: Berlusconi che su Sarkozy può lasciar cadere un “è stato un mio avvocato”, Berlusconi che di Sarkozy può orgogliosamente dire “ha vinto imitando me”.
Sulla mancanza di cultura, in un ambiente già di per sé refrattario alla cultura, Giuli scrive pagine condivisibili, ma non nuove.
Interessante - ma, ahimé, datata - è la sua visione di un ancoraggio a destra all’insegna dello stile, mutuata da una visione evoliana elitaria e antimoderna, inservibile in una società di massa e per un partito che la voglia in qualche modo rappresentare. Lì dove Alleanza nazionale si attovaglia nell’onnivora ingestioneindigestione di qualsiasi cibo intellettuale, Giuli le oppone una cucina tradizionale, ma penitenziale.
Di certo
autoctona, perché la sua idiosincrasia per i suggerimenti culinarioideologici d’oltralpe, lo porta a citazioni orecchiate e quindi inesatte, da correggere in una prossima ristampa. Montherlant ha una “t” e non una “d” alla fine del cognome, Edmond Radiguet non ha una “e” alla fine del suo nome... Ma queste, in un tessuto altrimenti eccellente, sono sì puntualizzazioni ortografiche evoliane, fuori dal tempo...


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19 luglio 2007

Pietrangelo Buttafuoco

Pietrangelo Buttafuoco, giornalista e polemista, nato Catania il 2 settembre 1963. laureato in Filosofia, ex libraio ed ex insegnante di liceo, si è trasferito a Roma, sentendosi un eterno emigrato ed ha intrapreso l’attività di giornalista presso diverse testate: il "Roma" di Napoli, il "Secolo d’Italia", l’ "Indipendente" ed il "Giornale".

Ex firma del "Foglio" di Giuliano Ferrara, al quale ha collaborato dalla sua fondazione, ora editorialista a 'Panorama', ha vinto Premio Guido Piovene 2000, la cui giuria ha ammirato lo stile "provocante e arguto'' dei suoi scritti,.
Politicamente di destra, pur vivendo a Roma, è legato alla sua terra d'origine che ama caparbiamente e di cui vuole l'indipendenza da tutto e da tutti, Buttafuoco è un siciliano verace, ironico, dotato di una vena di pensiero e scrittura pungente, brillante, vivace, allegra e schietta, ha avuto una sola esperienza televisiva, “Sali e Tabacchi” su Canale 5, per due anni.

I due grandi amori di Buttafuoco sono le donne e l'opera lirica. Passioni per niente nascoste, che  ha coniugato pubblicando su "Il Foglio" un inserto di ritratti femminili, dal titolo "Madamine, il catalogo è questo", ispirato a un verso del Don Giovanni di Mozart.

Nel 2005 pubblica "Le uova del drago" un romanzo tratto da una storia rigorosamente vera accaduta negli anni tra il 1943 e il 1947: e' la storia di una donna-soldato, Eughenia Lenbach, bella, dura ed enigmatica, la spia di Hitler paracadutata in Sicilia e che proprio da lui ha ricevuto la sua missione, nome in codice ''Uova del Drago'', obiettivo preparare focolai di riscossa presso le giovani generazioni in caso di sconfitta del Reich. 

''Personaggi e fatti di questo racconto - scrive Buttafuoco - non sono frutto della fantasia dell'Autore. Ogni avvenimento reale e' stato tuttavia trasfigurato seguendo il canovaccio di un falso storico, e molti dei personaggi portano i nomi delle marionette dell'Opera dei pupi, per fare di questa storia vera un teatro''.

 

Pietrangelo Buttafuoco

Da fine maggio, insieme ad Alessandra Sardoni, giornalista de "La 7", sta sosotituendo in modo brillante ma sopratutto molto personale "Otto e Mezzo" di Giuliano Ferrara con Ritanna Armeni, nella sua versione, appunto, di "Otto e Mezzo Estate"; il suo immancabile accento siciliano, che quasi fa presagire la più classica delle esclamazioni trinacrie appena ha azzeccato una buona battuta o il tono della discussione si alza, rende godibile una delle poche cose buone in giro in Tv, durante tutto l'anno; figuriamoci adesso.
Già... Pietrangelo Buttafuoco...
...e perchè non tentare la carta del giovane siculo? dal profilo greco e lo sguardo a migliaia di chilometri, ma che invece, ti ascolta. eccome...

Io all' interno di un progetto di centrodestra lo vedrei benissimo; quante volte le pernacchie della sinistra che sottointendevano una certa supremazia culturale (in buona parte, tutta data da loro stessi) non hanno mai visto gente come il catanese o come Marcello Veneziani? Ecco cos'è quel progetto culturale di cui parlava qualche giorno fa Gianni Alemanno.

...chissà che ne pensa l' interessato... magari tra qualche giorno vi farò sapere direttamente da lui...



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3 gennaio 2006

PIETRANGELO BUTTAFUOCO : LEGGETELO!

Articoli: Pietrangelo Buttafuoco

LE UOVA DEL DRAGO

Dal punto di vista politico non ho niente da obiettare trovando più che legittima la scelta di campo di Buttafuoco, neanch’io riconosco primati morali o crediti di sorta ai liberatori o come li si voglia chiamare.

Dal punto di vista storico qualche perplessità mi deriva dal fatto che mi riesce difficile pensare che in Sicilia abbiano potuto verificarsi sia pur minime attività resistenziali. Ma siccome ho stima di Buttafuoco e so bene come anche la più piccola traccia di tali eventuali attività sia stata fatta sparire non insisto.

Conosco l’indole dei miei connazionali e so quanto gioiosamente essi siano corsi in soccorso ai vincitori e come la mattina del 26 luglio si siano risvegliati tutti uno più antifascista dell’altro.

Dal punto di vista letterario ho trovato la narrazione carica come quelle madonne nei cui sacri veli il popolo devoto fa calca per appuntare ex voto, banconote e ogni genere di cose.

Perché molti campanelli qui il giovane autore, giunto con questo lavoro all’agognato battesimo del fuoco, meritoriamente e comprensibilmente ha voluto far suonare.
Ha voluto dar fiato a tutte le voci che aveva in corpo e tender e far suonare le corde dei suoi antichi archi. Ha fatto bene, le voci fuori dal coro sono quelle che ci piacciono di più e il contro canto è il genere musicale che prediligiamo.
Anche se è andato a finire che questa ridondanza e tutta questa sensualità (sì, proprio sensualità) abbiano tolto al racconto un po’ di asciuttezza e di regolarità (ma cos’è poi la regolarità?!).

Ma leggetevi il preambolo, ‘U cuntu, che è una sorta di pentagramma di brevi suoni che ad inizio del romanzo rintoccano per prepararci al suono della guerra, alla carneficina, alla lotta tra pochi giusti e valorosi e gli invasori che proromperà dalle pagine successive e vi persuaderete che Buttafuoco sa scrivere come vuole.

Si tratta di un libro scritto con molta passione e molta cura (oltre che coraggio, e Dio sa quanto ce ne voglia di coraggio oggi in quest’Italia “democratica, antifascista, nata dalla resistenza” (e morta di veltronismo) per scriver di queste cose. Il suo stile di scrittura è sensuale e sontuoso, il suo italiano quasi manzoniano e i prestiti dialettali, inevitabili quanto contenuti, risultano essere assai meno peregrini di quelli di Camilleri.

Un modo di scrivere arguto di sapide espressioni, con un parafrasare che ci dà la pronta misura del talento del giovane scrittore, come per esempio quando a pagina 175 del popolo dice che ”obbediva anch’esso tacendo, diceva signorsì alla gramigna, e all’occorrenza si nascondeva in campagna, nell’attesa della pace promessa, della prosperità così efficacemente annunciata dai bombardamenti”, con quell’accostare i bombardamenti alle promesse di pace e di prosperità che io trovo di un’impagabile perfidia.

Non voglio dilungarmi perché non è lecito discettare su quali debbano essere gli ingredienti che chi impasti letteratura debba usare e in quali dosi, però questo non perdere di vista l’ironia e la leggerezza neanche in mezzo alle faccende più truci a me pare che sia uno dei modi d’espressione più belli ed efficaci (esempio massimo Billy Wilder in “Stalag 17”)

Per dare sostanza alle mie parole m’avvarrò delle sue quando ci descrive una prostituta catanese che forse perché facilitata in ciò dalla sua professione prima degli altri e più degli altri aveva avvertito il nuovo vento che s’era messo a girare. Non è brevissima ma siccome l’ho trovata godibilissima mi prendo la briga di copiarvela affinché la leggiate.

“La donna – una ragazza, a guardarla meglio – stava facendosi largo fra le facce smunte dei popolani verso un carrarmato fermo in un canto della via Etnea. Appollaiati sui cingoli oziavano alcuni soldati inglesi, cui intendeva verosimilmente offrire il grasso grappolo d’uva che andava sventolando alto sopra la testa a mo’ di bandiera bianca.

Con quell’abitino blu trapunto di pois bianchi, la scarpine anch’esse bianche con gli oblò a far da orbite vuote sul collo del piede, le lussuose calze velate sulla generosa porzione di gambe liberata dal vestito, i capelli freschi di messa in piega , Concettina Rabbito, prostituta catanese di chiarissima fama nonostante i suoi vent’anni scarsi, dava di sé uno spettacolo vistosamente in contrasto rispetto a tutta quell’umanità rannicchiata nello spavento.

Davvero tabula rasa è la guerra, e le pie donne del popolo, che in altri giorni avrebbero calato sul passaggio della ragazza uno sguardo sdegnato, adesso le facevano rispettosa ala, la sorreggevano nella sua avanzata verso i conquistatori in armi, la sospingevano con sorrisi e cenni del capo perfino esagerati, come a dire: “Su, dai, avvicinati, conquistali tu”. [pagg. 101 e 102]


“La trovò che aveva tanto familiarizzato coi soldati da finire in cima al carrarmato per farsi fotografare, a turno, con ciascuno di loro. Tutt’intorno, i catanesi assistevano alla scena ancora indecisi su come comportarsi, su quanto potesse convenirgli accodarsi all’ambasciata di pace di quel grappolo d’uva, per giunta offerto da una buttana.
Erano insomma nervosi. Gli inglesi no, erano rilassati: si mettevano in posa per la foto, con la smorfia soddisfatta di cui conquista terre e carne.

Finita la seduta la Rabbito, alta di calcagno, scese con gran mostra di cosce dal carrarmato.
Eugenia le si accostò, la prese sottobraccio con un rapido sorriso a beneficio dei soldati che facevano ressa, e le chiese di intercedere con quei conquistatori perché si facessero carico del problema della vecchia.

Le puttane di virtù e vocazione son dette di cuore grande, e la signorina non venne meno al detto: fosse arte di melodramma la sua, o vera compassione, fatto sta che Concetta Rabbito rovinò a un tratto in un pianto così efficace da richiamare il comandante della compagnia in persona, cui d’altronde non pareva vero di sciogliersi dal necessario distacco fin lì mantenuto e di avere una buona scusa per muoversi a confidenza con la ragazza.

Senza smettere di singhiozzare, ma nondimeno sciabolando qua e là tratti di promettente sorriso, Concetta gli fece capire che non stava bene lasciare sotto le macerie quel povero cadaverino e abbandonare quella meschina di vecchia a far la veglia senza alcun conforto.
E che solo i tedeschi e i fascisti sarebbero stati capaci di lasciar crepare di dolore una donna e negare l’eterno riposo a un bimbo.

Tanto disse Concettina Rabbito e tanta allegria promise, che alla fine gli inglesi fecero calare sul Tondo Giorni una pala meccanica.”. [pagg. 103 e 104].”.

Ma anche quando non si possono dir frivolezze, quando il discorso si fa serio, quando va a trattarsi di eventi tragici e di sofferenze Buttafuoco non è da meno; leggete cosa scrive a pagine 203 a proposito della nota inclinazione a delinquere di noi siciliani

“Per riassumere in un’immagine quel fatidico summit di due giorni nella villa di Magno basterà ricorrere alla felice metafora adottata qualche anno dopo da Aspano Pisciotta durante il celebre processo contro la banda di Montelepre; e, parafrasando il Giuda di Salvatore Giuliano, raffigurare i convenuti come dita di una mano: “Siamo la stessa mano noi, coi comunisti, la chiesa, i carabinieri e la mafia”.

Vero è che lì, affinché la mano fosse completa, mancava il quinto e più fragile dito, il mignolo rappresentato appunto da Pisciotta col “noi” del banditismo; ma le altre quattro dita c’erano tutte: il PCD’I, col suo principe e il suo bracciante; l’Arma con il suo colonnello; don Procopio per conto di santa romana chiesa; e infine la mafia, presente per contingenza storica e per contesto attraverso lo spontaneo sentire di tutti i convenuti”, che a me par’essere una sorta d’impietoso esame del nostro DNA.

Il libro sta vendendo moltissimo (se non mi sbaglio sessantamila copie solo nei primi cinquanta giorni) e non c’è chi non lo abbia recensito.

Giulianone Ferrara che al solito suo si ci è buttato dentro con impeto e passione ha definito il romanzo un capolavoro (“favola massimalista, viva e da vivere, che cancella anche il residuo della narrativa minimalista”) e Buttafuoco un grande scrittore barocco che si è fatto romanziere (“un letterato, un mago ad alta temperatura della parola pensata e recitata e non un cannibale né un giovane scrittore col vizio dell’intimistica”).
Il sulfureo Mughini addirittura ha gridato al Genio definendo “veemente” questo esordio letterario di Buttafuoco e “salsa linguistica barocca e sontuosa” il modo com’è scritto.

Luca Canali sulle colonne de L’Unità con la solita doppiezza dei comunisti ha scritto che “con le Uova del drago i Fascisti duri e puri si son fatta la loro Iliade” che a me par’essere un complimento un po’ troppo peloso, per poi soavemente aggiungere che il libro merita d’esser letto se non altro perché “suona a condanna di ogni guerra”.

Ah, l’insopportabile panpacifismo dei comunisti d’oggi! Buttafuoco non condanna affatto ogni guerra!
Pierangelo Buttafuoco condanna le guerre d’aggressione e quelle di finta liberazione, condanna “le volpi americane arrivate quando è scappato il lupo germanico per sostituirlo”, e quando ha pietà delle vittime le vittime son sempre poveri disgraziati o eroi della parte sbagliata.

Su La Repubblica Francesco Merlo, uno che deve sempre far vedere che arriva là dove gli altri non possono, ha stabilito che il libro “è più fascista di quanto fascista non sia lo stesso Buttafuoco” e anche questo è un modo abbastanza gratuito di sminuirlo o quantomeno sminuire il suo autore.

Sulle colonne del Foglio Filippo La Porta ha parlato di “uova indigeste e fumettistiche”, mentre sul Manifesto Enzo Di Mauro ha definito “marce” le uova e (per i giudizi positivi o non negativi espressi) “collaborazionisti” Mughini e Canali, mentre su Liberazione Miriam Mafai in un crescendo terminologico che più che ai discorsi seri attiene all’influenza aviaria le ha definite addirittura repellenti. Ma si tratta solo propaganda partigiana, è evidente.


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permalink | inviato da il 3/1/2006 alle 12:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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